La cosa giusta

Quarantotto, quarantanove, cinquanta. Cinquanta piegamenti sulle gambe, tre volte al giorno, era questa adesso la sua normalità. Alla fine dell’isolamento sarebbe diventato velocissimo nella corsa. All’inizio guardava anche la tv mentre si allenava, ma si rese conto che era meglio non fare due cose insieme, di modo da avere più tempo occupato.

Bevve un bicchiere di succo all’ananas senza riuscire a capire se fosse già inacidito, mise su un cd ed entrò sotto la doccia. Rimase sotto l’acqua per la durata dei primi quattro pezzi di Ace of Spades, impiegò ancora il tempo dei due successivi asciugandosi e vestendosi prima di prendere in mano il cellulare che aveva appena smesso di squillare.

-Che palle, che cosa voleva adesso quel cretino?

Un colpo secco sul tasto pausa dello stereo e richiamò: -Ohi, dimmi.

-Cos’è, eri fuori a fare una passeggiata?

-Sì, ovvio. Dove credi che sia andato? A farmi una doccia?

-Certo, certo. Che domande! Comunque volevo solo assicurarmi che fossi ancora vivo. Sai, non vorrei che fossi tipo morto dal divertimento, cose così insomma.

-Ma non hai proprio un cazzo da fare, eh? Sì, comunque non me la passo male. Al mattino metto ancora la sveglia, cerco di non andare a dormire oltre la mezzanotte e poi per il resto mi invento sempre qualcosa da fare. Tu, invece?

-Dai, più o meno lo stesso. Solo che io al mattino mi devo svegliare, non è una mia scelta mettere la sveglia. Però le strade sono libere, la gente che deve sistemare i bancali di forniture che gli mollo non ha voglia di parlare e non rompe le palle: insomma, come al solito ma un po’ meglio. A casa invece ho i vicini di sopra che fanno più casino di prima all’orario di cena, ma la compagnia rumorosa è gradita in questo periodo, se alla giusta distanza ovviamente.

-Ovviamente

Giorgio e Carlo erano stati coinquilini per un anno e mezzo, prima che Carlo andasse a fare il fattorino a Savona. Giorgio non aveva mai capito realmente perché non avesse continuato a stare con lui a Genova, dato che il quartiere di Pra, in cui abitavano, non era poi così distante, ma accettò la scelta dell’amico. Non era stata la prima volta che Carlo agiva senza confrontarsi, senza valutare la reale utilità di quello che faceva. Comunque forse era meglio così, meglio che avesse un lavoro regolare, li avrebbe tenuti tutti e due lontano dai guai. Adesso, anzi, era Carlo quello che andava a lavorare regolarmente mentre lui aspettava pigramente che i pub riaprissero per poter tornare a servire cocktail alle poche persone che avrebbero avuto il coraggio di avventurarsi fino al bancone. Chissà con quanta boria l’amico si sarebbe vantato del contributo dato all’Italia mentre gli altri se ne stavano a casa. Sarebbe stato senza dubbio l’aspetto peggiore del ritorno alla normalità. Che poi chissà quando sarebbe arrivata questa normalità… era a casa da due settimane e già l’ultima serata di lavoro gli sembrava passato remoto.

Era stata una domenica sera e nonostante fosse la festa della donna c’erano solamente una decina di ragazze che non sembravano aver troppa voglia di festeggiare. Si fermarono giusto per un White Russian e non presero neanche una nocciolina dal bicchierino. Paolo, il proprietario, si aspettava una situazione simile. Quando pochi giorni dopo il presidente Conte si collegò per comunicare un cambiamento nelle norme da seguire, mandò a tutti i suoi dipendenti una sfilza di messaggi su Whatsapp per commentare le parole in tempo reale. Giorgio rimase spiazzato dalle notizie: i locali avrebbero chiuso e tutti i privati cittadini sarebbero rimasti nelle loro abitazioni fino al 3 di aprile. Quasi un mese a casa era un bel po’ di tempo. Fu una bella botta anche per Paolo. Anche se non era stupito iniziava solo allora a concretizzare il gran casino che avrebbe dovuto passare con i contratti dei dipendenti.

La telefonata era finita con il classico: ci risentiamo, ma l’idea di sentire nuovamente l’amico nei giorni successivi gli pesava parecchio. Aveva un rapporto ambivalente verso le telefonate o le videochiamate, il confine tra il piacere e l’obbligo di sentirsi era molto sottile e qualcosa nella chiamata con Carlo lo aveva spostato con forza, lasciandogli una gran voglia di isolarsi ulteriormente. Erano le cinque del pomeriggio, Giorgio avrebbe guardato un film prima di prepararsi la cena e uno dopo: i due Kill Bill sarebbero stati perfetti per staccare, per non pensare al fastidio che gli aveva dato la telefonata.

Nonostante l’adrenalina che gli era rimasta dai film, riuscì ad addormentarsi in pochi minuti.

Nel sonno stava scappando, era velocissimo. Era ovviamente all’aria aperta, anche se non riconosceva i palazzi vicino a lui sapeva che stava andando al porto di Savona e più lo sapeva più sentiva l’odore del mare, e anche qualche urlo di pescatori. Entrò in un bar per prendere un bicchiere d’acqua, correre gli aveva messo una gran sete. Qui ci sono però anche due poliziotti, al bancone, che parlano tra di loro dei pericolosi criminali: -Ci sono criminali nuovi. Sono quelli che escono di casa senza motivo.

Sentendo queste parole Giorgio iniziò a sudare, ma un attimo dopo iniziò a sentirsi più tranquillo, perché dato che stava correndo fino a poco prima era normale che fosse sudato. Non avrebbero fatto problemi. Vicino a lui arriva Claudia, gli sorride e guarda i poliziotti: -Lui però non esce mai di casa, lui sì che è una brava persona. Lo posso testimoniare io.

-Dica “lo giuro” -le fece un poliziotto, tirando fuori dal fodero una lunga spada giapponese.

-Lo giuro. -E mentre disse così, la ragazza prese per mano Giorgio e lo portò dietro al bancone, che però è il tavolo di cucina di Giorgio. Giorgio ringraziò la ragazza, ma subito si preoccupò di nuovo dal momento che non aveva pagato il bicchiere.

-Non dovevi pagarlo, il bar è mio e il bicchiere te lo offro perché mi hai tenuto compagnia. Stai a casa, e vedrai che non corri alcun pericolo.

Immediatamente, o così gli sembrò, la sveglia del cellulare suonò. Giorgio si svegliò energico, decisamente stava meglio della sera prima. Uscì sul balcone con la tazzina e due biscotti al cioccolato. Sentì una persiana alzarsi e sul poggiolo di fianco comparve Claudia, la vicina di casa; era strano vederla dopo averla sognata: -Buongiorno, un minuto e rientro; così ti lascio il panorama.

-Grazie, non c’è bisogno! Tanto siamo distanti, bella l’idea di fare colazione in questo modo!

-Sì, oramai sta diventando un’abitudine; per strada non c’è quasi nessuno a parte i bus, mi piace iniziare la giornata così. Potrei lavorare per la polizia e segnalare le persone che stanno in giro.

Claudia rispose alla battuta con una risata che le mise in evidenza il colorito rosato delle gote. I due solitamente non avevano grandi conversazioni, ma il ruolo positivo che lei aveva avuto nel suo sogno aveva dato a Carlo la faccia tosta per prendersi un po’ di confidenza in più.

I giorni passavano e in fondo Giorgio si stava convincendo che la cosa giusta fosse proprio stare lì in casa, senza danneggiare nessuno. Se avesse avuto questa possibilità anche un paio di anni prima quante cose sarebbero cambiate… Non aveva mai pensato che il modo migliore per prevenire tutte le cazzate che aveva fatto in vita sua fosse quello di isolarsi dagli altri, di stare in casa anche se si annoiava, di correre sul posto per qualche minuto e poi andare a fare la doccia come se avesse fatto di corsa tutta la Fascia di Rispetto avanti e indietro. Iniziava a capire anche le suore di clausura, che si sentono utili anche se non fanno niente. Però le ore passavano molto lente, e ogni giorno doveva inventarsi qualcosa di nuovo, provare a imparare a disegnare ad esempio o recuperare qualche film di cui aveva sentito parlare. Era pesante. No, sicuramente non lo avrebbe fatto spontaneamente, neanche per evitare di finire in un brutto giro. In effetti non lo aveva fatto neanche quando era convinto che la polizia lo avrebbe beccato per il furto al tabacchino sotto casa; un millino di euro da dividersi in tre. Aveva fatto festa, un pieno di carburante e poi il resto in sigarette, comprate proprio nello stesso tabacchino quando era oramai sicuro che nessuno potesse sospettare di lui. Che ricordi. Si accese una sigaretta mentre concludeva che se non si era mai chiuso in casa era perché non aveva mai considerato di fare delle cazzate. Perché i furti lui e i suoi amici li chiamavano cazzate solo se andavano male, solo se il guadagno era stato sproporzionato rispetto alla paura. Ma a lui, delle poche cose che aveva fatto, non era mai andato male niente; solo qualche schiaffo una notte in caserma e nient’altro. Sarebbe stato un pensiero nobile quello di rileggere il passato con saggezza, ma non era cosa sua.

Dopo colazione aveva preso l’abitudine di montare in sala un cavalletto per dipingere. Tutto era nato perché voleva appendere qualcosa a un chiodo rimasto senza quadro in camera da letto. Sapeva che non avrebbe realizzato un capolavoro, ma voleva provare a migliorarsi giorno dopo giorno. L’idea era di realizzare diversi disegni, per guardare alla fine i progressi.

Adesso, dopo tre giorni di lavoro, era dietro a dipingere le palme di una spiaggia tropicale. Aveva iniziato dalla linea dell’orizzonte e poi si era avvicinato onda dopo onda alla spiaggia. Forse il bagnasciuga non gli era venuto molto bene a matita, ma sicuramente l’avrebbe migliorato una volta passato al colore. Avrebbe anche aggiunto qualche bagnante steso sul suo asciugamani, quando avrebbe capito come disegnare meglio in prospettiva. La palma di cui si stava occupando aveva un fusto robusto, ma non tozzo e, come ogni palma da spiaggia che si rispetti, si arcuava pian piano. Aveva un dubbio su come posizionare le foglie: perpendicolari al fusto o parallele al terreno? Non voleva che il disegno rimanesse troppo schiavo della geometria.

E così passavano le mattinate, anche se a fine marzo il tempo che dedicava a colorare i bagnanti era al massimo di un’ora.

-Hai sentito; il Papa ha detto che a Pasqua non celebra con la gente. -Le chiacchierate in balcone con Claudia erano oramai una consuetudine.

-Non lo avevo sentito, certo che se inizia a non crederci neanche più lui siamo messi proprio male…

-Ma no, che hai capito? Non è che non abbia voglia di celebrare, ma lo fa in spazi privati, senza la folla.

-Sì, scherzavo! mi pareva una cosa da non cambiare però, dico la messa. Dai, la Pasqua è una cosa seria, come Natale; la gente ci tiene a queste cose. E poi la settimana prossima si potrà uscire di nuovo, forse avrebbero potuto organizzarsi meglio piuttosto che chiudere; iniziare già a pensare a come celebrare. Però chiudere è più facile; è più semplice mollare tutto che affrontare la verità.

Claudia lo guardava incuriosita: -Credi davvero che il 3 si riapra tutto? Secondo me fino a Pasqua siamo allo stesso punto di adesso, lo fa intendere anche il Papa… anche se per lui è più semplice; lui può lavorare da casa. Tu invece lavoravi in un bar, giusto? Cioè scusa… lavori in un bar?

Lavoravo era più corretto. Ora sto in cassa integrazione. Sì, lavoravo in un pub in centro, ogni tanto facciamo qualche riunione su Zoom in cui il nostro boss cerca di immaginare quando e come ritorneremo. Io ho anche provato a proporgli un panino da mettere nel menù nuovo! È con l’arrosto e la salsa rosa.

-Quindi sei un cuoco, grande!

-No, in realtà il mio posto è allo spillatore, cioè preparo le birre alla spina. Però l’altro giorno ho provato a farmi un panino con quello che avevo in casa e mi è piaciuto. Se vuoi posso darti la ricetta… mi sa che al momento è l’unico modo per fartelo assaggiare!

Claudia sorrise prima di rientrare e poco dopo anche Giorgio rientrò, anche se non era particolarmente sorridente. Aveva sentito qualcosa sul Papa che aveva parlato della Messa di Pasqua ma non aveva capito realmente l’enormità del cambiamento. Ora che se ne rendeva conto si sentì qualcosa sprofondare all’altezza dello stomaco e guardandosi allo specchio si vide con uno sguardo più serio, che non pensava di avere. Cercò di tirarsi su le guance mentre sforzava un sorriso: -Merda. Niente uovo quest’anno.

Aveva cominciato a lasciare il cavalletto montato nel caso avesse avuto voglia di continuare a disegnare, ma dopo qualche giorno di inutilizzo pensò che fosse più onesto e ordinato togliere via tutto. Il 3 di aprile era passato e tutti erano ancora in casa, a doversi inventare altro da fare.

Un mattino, pochi giorni dopo Pasqua, Giorgio vide Carlo entrare nel supermercato vicino al suo portone; per poco non gli cadde la tazzina di caffè. L’amico pochi istanti dopo alzò lo sguardo e gli fece cenno di andare al citofono.

-Pronto! Come va? È da tanto che non ci vediamo!!

-Cosa ci fai qui?

-Che aggressivo…non hai visto come sono vestito? Sto lavorando. Ho scaricato al Basko e ho pensato di passare per scambiare due parole più da vicino.

-Non volevo rispondere male, solo che come potrai immaginare non mi aspettavo di vederti qui sotto!! Come procede il lavoro? -Temeva in realtà la risposta, ma non poteva non chiederglielo.

-Bene, mi fa piacere potermi muovere per la città senza problemi. Si vedono cose interessanti, sai.

Quel sai lasciato alla fine della frase non era tanto piaciuto a Giorgio, gli ricordava discorsi del passato. Aveva paura anche facendo una seconda domanda: -In che senso sai?

-Vedo che hai colto il mio tono! Davanti ai supermercati c’è sempre coda, ma dentro ci sono poche persone alla volta. E questo lo sai anche tu. Quello che non puoi sapere è come la gente guarda noi che consegniamo bancali di prodotti senza fare code, passando dal magazzino o dall’ingresso principale indifferentemente. All’inizio la gente si spaventa quando irrompiamo, poi però tanti ci guardano fiduciosi.

Ecco il discorso sull’importanza del suo lavoro che Giorgio non voleva sentire da Carlo. Però non interruppe, era comunque curioso di sentire dove voleva andare.

-Non è sempre così, ma più o meno è quello che succede… A proposito di paura della gente, ti ricordi di quando eravamo piccoli? Quando la gente aveva paura dei drogati? Di quelli con la siringa intendo. Tutti parlavano di Aids e ogni volta che c’era qualche persona che sembrava fatta ci si allontanava.

-Sì, mi ricordo bene! Ero terrorizzato, ma mica solo io. Mio papà non prendeva mai l’autobus la sera per paura di incontrare qualche tossico.

-Esatto, e ti ricordi che a volte rapinavano anche i piccoli negozi con la loro bella siringa sporca in mano? Dai, ora devo andare che ho il furgoncino per strada. Però ci risentiamo, eh!

Adesso Giorgio non voleva tenersi dei dubbi che gli occupassero tutto il tempo libero che aveva. Perciò mandò immediatamente un messaggio, credeva di aver capito dove volesse arrivare il suo discorso e sapeva che se aveva capito bene non poteva essere esplicito in quello che avrebbe scritto. Impiegò una mezz’oretta per trovare le parole giuste: “Ciao Carlo; quello che mi hai detto al citofono mi ha fatto venire in mente i vecchi tempi. Ma non so se tu intendevi quello, sai… al citofono si sente sempre male! Mi sono ricordato del tabacchino che era sotto casa, e anche di altre cose che facevamo da giovani.” L’amico rispose subito: “Hai capito bene. La settimana prossima faccio di nuovo le consegne nella tua zona, ti citofono e ci vediamo al supermercato?”

Giorgio era agitato, un po’ su di giri. Gli ultimi giorni erano stati pesanti per lui, il tempo non passava velocemente come prima e inoltre Paolo non sapeva quando avrebbe riaperto il pub. Oramai maggio stava iniziando e a Genova era possibile fare piccole passeggiate vicino casa e persino andare a fare la spesa in negozi di altre parti delle città. Giorgio però non riusciva ancora a vedersi come uomo libero di uscire. Stranamente la conversazione con Carlo gli aveva dato una prima prospettiva di vedersi all’aria aperta e questo gli sembrava parecchio assurdo. Non sapeva ancora cosa avrebbe fatto però, in fondo l’amico gli stava proponendo di organizzare una rapina, non poteva decidere in poco tempo ma non si sentiva di escludere alcuna possibilità.

I due si incontrarono davanti al supermercato, entrambi si guardarono i capelli bisognosi di tornare da un barbiere e si fecero una risata: -Arrivo subito al punto, tanto qui fuori non ci ascolta nessuno. Un mio amico di Torino ha pensato di entrare in un supermercato, fare un po’ di scena e alleggerire un cliente a caso. L’idea è bella e sicuramente è giusto che abbia lui l’esclusiva. -Pausa per sondare l’attenzione dell’amico. -Ma c’è un piccolo problema.

Giorgio non ricordava che Carlo fosse così abile con le parole, chissà se aveva impiegato tanto tempo per cercare un modo così accattivante di presentargli il piano.

-Quale problema? Non è sicuro di essere lui la persona migliore per farlo?

-Esatto. Il problema è che questo mio amico, Rudy per dargli un nome, è molto fantasioso ma fondamentalmente è un cagasotto. Non che la sua idea sia semplicissima da mettere in pratica, non voglio dire questo. Però lui è fatto così: già si è visto tutta la situazione, con aspetti positivi e possibili problemi e quando poi bisogna concretizzare non fa niente. Non è mica la prima volta, sai? È così anche in altre situazioni… più normali diciamo.

-E quindi ha passato a te l’idea?

-E quindi ha passato a me l’idea. Una bella idea. Però è una di quelle idee che si possono realizzare una volta sola, perché se poi la tv decide di fare un servizio sull’argomento può essere che le indagini diventino più approfondite, che vengano fuori persone che hanno visto qualcosa di sospetto e robe così. Se hai tempo ti spiego quali sono, secondo Rudy, gli aspetti positivi e anche i possibili problemi. Che come vedrai sono molto pochi.

A Giorgio l’idea piacque e così un tiepido mattino di maggio mise su mascherina e guanti, salì su un bus e arrivò fino al quartiere di Sampierdarena, a una mezz’ora da casa sua. Non era una zona che frequentava abitualmente. Scelse di entrare in una piccola Carrefour, che di solito hanno le corsie molto ordinate e strette; il cartello all’ingresso intimava di entrare uno alla volta, per un massimo di quattro clienti, così dovette aspettare qualche minuto. Mentre era in coda osservò bene la persona che sarebbe entrata prima di lui, era una donna anziana, di almeno 75 anni, si girava tra le dita una lunga lista della spesa: sarebbe rimasta dentro per molto tempo. Non voleva farle del male, sperava di risolvere tutto in poco tempo: l’avrebbe aspettata in una corsia lontana dalle casse, i supermercati così piccoli ne hanno sempre una e poi si sarebbe tolto la mascherina e l’avrebbe minacciata a bassa voce di infettarla se non gli avesse dato il portafogli. Chissà che tipo di persone sarebbero stati gli altri due clienti, non si sarebbero accorti di nulla se tutto andava come doveva. Poi sarebbe scappato senza acquistare nulla, scusandosi con la cassiera e avrebbe lasciato il portafogli vuoto nelle vicinanze, con tutti i documenti.

Non appena la signora entrò, il respiro si fece difficoltoso sotto la mascherina, Giorgio iniziava ad avere dei veri stimoli di tosse ma si trattenne per non attirare l’attenzione su di sé. Una volta entrato fece un primo giro veloce per identificare la corsia prediletta, sarebbe stata quella dei prodotti per la casa. Si fermò ad aspettare ed ecco avvicinarsi la signora con il carrello già mezzo pieno. Nel momento in cui Giorgio si stava per sfilare dall’orecchio la mascherina gli partì un colpo di tosse di nervoso, questa volta al momento giusto. La signora lo stava guardando sospettosa e intimorita, come doveva essere. Non c’era nessun altro nelle vicinanze, il locale era silenzioso e Giorgio sentì uno degli altri clienti parlare con la cassiera: -Con questo Covid ci sono dei criminali nuovi, sono quelli che escono di casa senza motivo. – Erano proprio le parole che aveva sentito in un suo vecchio sogno, oltre al respiro affaticato ora a Giorgio si annebbiava anche la vista. La signora se ne rese conto: -Signore, sta bene? -In qualche modo Giorgio doveva reagire, ma non sapeva come, gli venne spontaneo rimettersi la mascherina, comportarsi da bravo cittadino, anche se questo fece aumentare la sua tosse.

-Le chiamo qualcuno? Aspetti che sta arrivando una commessa, la facciamo fermare.

-Non si preoccupi signora, ci penso io. Gli do un bicchiere d’acqua. Giorgio, ma… sei tu? -Il sorriso di Claudia fu l’ultima cosa che Giorgio vide prima di perdere conoscenza.

I muri che dividono il mondo (Tim Marshall)

Conoscevo Tim Marshall per il suo Le dieci mappe che spiegano il mondo, uno di quei libri capaci di coniugare la Geografia, la Storia e l’attualità senza pregiudizi, uno di quei saggi che sanno appassionare per la concretezza delle informazioni, per quello che lasciano.

I muri che dividono il mondo è in linea col volume precedente, questa volta al centro dell’analisi non c’è più il modo in cui la geografia fisica influenza quella politica e umana, ma c’è il concetto di identità e dunque anche quello di confine. Non provo neanche a riassumere le molte situazioni citate, sicuramente questo libro è consigliato se siete interessati a sapere qualcosa di più sul fatto che il muro di Trump e quello fuori da Gerusalemme non sono certo delle eccezioni.

Lo sguardo di Marshall è sempre onnicomprensivo e dunque non offre risposte semplici o accomodanti: a volte i muri servono, a volte il multiculturalismo non funziona. La parte che ho preferito, nel suo essere liberamente fuori dagli schemi è quella in cui vengono criticati gli atteggiamenti ultraideologici di chi, negli USA, ha talmente paura di passare per razzista che vede tutto in questa chiave.

Campionando qualche vecchio vinile

Nella casa dei miei nonni, dove mia mamma e i miei zii sono cresciuti, ho trovato una pila di 45 giri di musica pop italiana degli anni ’60 e ’70. Per essere preciso li ho trovati qualche anno fa e li ho portati a casa mia dopo aver comprato un giradischi, ma fino a che non ho capito che avevo anche gli strumenti adatti per campionare sono rimasti lì.

Per campionare in realtà basta avere un giradischi usb che permetta di trasferire in digitale il suono, se poi si ha anche una DAW (digital audio workstation, cioè un programma per assemblare e modificare l’audio) il lavoro di taglio e modifica dei suoni diventa più facile.

Ho cercato i suoni di singoli strumenti tra i vinili di Celentano, Adamo, I Bufali (un gruppo di garage rock italiano che assolutamente non conoscevo!), Milva e altri. Ho preso i punti in cui un basso, una batteria, archi, o voci si stagliassero da soli.

Una volta preso e modificato quello che mi serviva, ho iniziato a pensare a come assemblarlo. Non è stato semplice sia perché abitualmente non creo canzoni (e dunque non ho una mia tecnica per farlo), sia perché i suoni di partenza erano molto brevi e in alcuni casi anche molto diversi tra loro: bisognava dare coerenza. Vi risparmio tutti gli altri ragionamenti e vi dico che probabilmente il vero modello per quello che è venuto fuori è questo pezzo tamarrissimo di Gigi d’Agostino:

E ora il video della mia piccola creazione:

Il ginocchio è rimasto nell’inquadratura…

Guida galattica per gli autostoppisti (Douglas Adams)

Qualche anno fa facendo pulizia tra i libri della biblioteca di un convento ho trovato questa edizione.

Probabilmente La guida galattica per gli autostoppisti può essere definito un classico della fantascienza. Ci sono astronavi, alieni, la distruzione del pianeta Terra, i viaggi nel tempo, computer ultraintelligenti; insomma tutti gli ingredienti classici del genere. Normalmente un unico romanzo non ha al suo interno così tanti ingredienti…e questo perché La guida non è un libro normale.

Tutto si tiene perché il narratore può decidere di fare quello che vuole. La fantascienza è il genere che più di tutti consente di fare accadere anche cose inverosimili. Adams gioca e con i cliché del genere e dà il peso che vuole a ogni tipo di eventi, usando l’ironia. All’inizio del romanzo viene detto che sarà l’ultima volta che il sole sarebbe tramontato sulla casa di Arthur Dent (l’unico protagonista umano della storia), subito questa espressione trita viene spiegata con il fatto che la casa verrà abbattuta, ma poi si vede che il problema è più ampio: la Terra verrà distrutta e non ci sarà alcun altro tramonto. Ed ecco così che Arthur si trova a vagabondare nello spazio con Ford Perfect (nome assurdo, certo, ma è quello di un alieno che ha dovuto trovare in poco tempo uno pseudonimo da usare nel suo soggiorno terrestre, e non gli era venuto in mente nulla di meglio), fino a che i due verranno presi come autostoppisti dall’astronave “Cuore d’oro”. La fortuna ha voluto che i due venissero caricati da questa navicella che andava grazie alla propulsione dell’improbabilità (in effetti non è molto probabile venire raccattati nel mezzo dello spazio, quando si hanno solo trenta secondi di autonomia prima di morire…).

Non vado oltre, ma non per non rovinare le sorprese della trama: esse ci sono e, come dicevo anche prima, la trama si regge proprio perché tutte le assurdità sono motivate e consentite, ma non credo che un lettore approcci questo romanzo solo per la storia che racconta, è un libro da leggere per godere delle possibilità che il genere offre a chi sa giocare con le sue regole. Uno di quei classici contemporanei che sono tali proprio perché sanno giocare con il genere stesso.

La Storia (Elsa Morante)

La Storia è stato l’ultimo libro che ho iniziato a leggere durante la quarantena, mi pare di averlo iniziato proprio a cavallo del 4 maggio. Pensavo di essere più veloce nel leggerlo, ma poi -direi anche per fortuna – ho fatto anche altro nel mio tempo libero. È dunque un libro che mi ha accompagnato in un momento importante e già solo per questo gli sono affezionato.

La Morante stessa è la voce narrante della vicenda, a volte testimone e a volte creatrice di quello che racconta. Sa cosa pensano gli animali, conosce il destino dei personaggi che decide di anticipare al lettore (come quelli di Ninuzzo e Useppe), mentre altre volte svela ciò che è successo a personaggi che sono usciti di scena (come per il soldato tedesco).

In questo romanzo la Storia e la storia narrata convivono una di fianco all’altra. Ogni sezione è dedicata ad un anno, dal blocco che porta dal 1900 al ’41 e che fa aprire la storia (quella con la s piccola) con le parole “Un giorno di gennaio del 1941..” fino all’escalation della parte finale che riassume gli ultimi anni ’40 e primi ’50. Le prime pagine di ogni sezione sono dedicate a note storiche in cui l’autrice ci riassume i principali avvenimenti politici. La vicenda che non conosciamo invece è la storia di Ida e dei suoi figlioletti, durante gli anni della seconda guerra mondiale e dei suoi dolorosi strascichi. La Storia non finisce, continua sempre inesorabile, mentre quella con la s minuscola finisce male, malissimo, per tutti i personaggi perché comunque si sa che prima o poi moriamo tutti.

La negatività del romanzo è anche sul piano ideologico. Accennavo prima che la storia si svolge a cavallo della guerra, epoca più che mai ideologica, ed è inoltre pubblicato nel ’74, altro momento denso di sovrastrutture culturali per l’Italia. Eppure è un romanzo fortemente anti-ideologico, che demolisce le ideologie: chi è veramente Ninuzzo? Il bulletto di periferia? La camicia nera convinta? Il partigiano? Il trafficante di armi? Nel romanzo è tutte queste cose, nessuna senza pregio e nessuna senza condanna. E Davide Segre? Lui non ha neanche un’identità chiara, lo troviamo con un falso nome nello stanzone in cui vivono i protagonisti durante la guerra e poi scopriamo che è un ebreo, che la storia che si era inventato su di lui era falsa. Poi diventa partigiano e lo scopriamo anarchico. Ma è un vero anarchico da prendere sul serio? Nelle ultime pagine del libro prende parola in un’osteria di periferia, per un lungo monologo sul potere, la storia, la borghesia. Ma è lo sproloquio di un drogato che passa da una sostanza all’altra senza che nessuno lo ascolti.

Si tratta anche di un romanzo su Roma, sulla sua e l’umanità che la abita. Un romanzo sulle donne e le famiglie, i bambini; un’opera monumentale a cui avvicinarsi.

Un po’ di improvvisazioni con il PO-32

PO-32 è il diminutivo di una carinissima drum machine prodotta dalla Teenage Engineering; come dice il suo nome, pocket operator, questo piccolo strumento è adatto a stare in una tasca. Ma offre a chi lo suona una gran gamma di percussioni diverse e di effetti diverse da applicarvi. Vi metto qui qualche video che ho realizzato solo con lui, più uno in cui accompagna il Monologue: buon ascolto!

Una cover di A forest dei Cure

Approfittando dell’ultimo acquisto (la piccola ma potente drum machine PO-32 della Teenage Engineering), ho suonato una mia versione di uno dei pezzi preferiti: “A forest”. Ovviamente il brano non ha la lunghezza dell’originale o delle sue versioni live, perché il coinvolgimento che si crea con tutto un gruppo che suona (e con un cantante!) è ben diverso. Io ho scelto di suonare le parti di basso, di sintetizzatore e di chitarra e di metterle in continuità.

Per la parte della batteria, realizzata come già detto dal PO-32, ho cercato di ricreare il pattern originale, il più possibile anche nei suoni, mentre per le altre parti ho creato un unico suono con in Korg Monologue e l’ho filtrato ulteriormente con il cut-off nell’introduzione. Per le altre parti uso lo stesso suono, solo che ne ho abbreviato la “decay” per evitare che le note si sovrapponessero troppo.

Ci sono bambini a zigzag (David Grossman)

Vado subito al punto: il libro proprio non mi è piaciuto. Eppure le premesse erano buone: Nono riceve come regalo per il suo Bar Mitvah un avventuroso viaggio tra enigmi e sorprese, bello! Ma poi la narrazione è lentissima, i flashback che raccontano chi era Nono prima del viaggio non sono interessanti e soprattutto (ma non vi anticipo nulla!) le sorprese non sono poi delle soprese, il lettore ci arriva sempre prima rispetto al momento in cui Grossman ce le rivela…

Tutti i personaggi principali, cioè oltre al già citato Nono anche Felix, Lola, chi compare poco come il padre e chi viene solo nominato (ma è fondamentale) come Gabi e Zohara, avrebbero una storia interessantissima, dubbi, turbamenti, incertezze, slanci ma tutto rimane sulla superficie. Il tema dell’identità sarebbe fortissimo in questo romanzo, e non è casuale che quando è in treno, Nono trovi che la prima istruzione per fare partire il suo viaggio avventuroso sia quella di chiedere a un certo personaggio “chi sono io?”. Purtroppo nell’evidenziare quelli che sarebbero i punti di forza del romanzo devo però usare il condizionale, perché tutte le promesse e le premesse non vengono portate a un risultato coinvolgente.

Parlo per me ovviamente, già mi aveva deluso anche Qualcuno con cui correre , libro che avevo letto con le aspettative a mille, ma non riesco a capire che cosa possa piacere di David Grossman…

You’ll miss me when I’m not around (remix)

A inizio aprile Grimes ha messo a disposizione dei fan i file del master audio e i file con green screen del video della sua canzone You’ll miss me when I’m not around dando loro la possibilità di realizzare nuove versioni del video o del brano.

Io non sono molto pratico di produzione musicale (anzi, praticamente ne sono digiuno), però in questa quarantena avevo già scaricato e iniziato a usare Reaper che è una D.A.W. cioè un programma per registrare e produrre canzoni (e anche video). Così ho provato a smontare la canzone e a rimontarne alcuni pezzi. Ne ho realizzato una versione che ho chiamato “stripped down remix”, anche se al posto della parola remix avrei voluto usare rework perchè il mio lavoro mi ricordava molto quello che avevano fatto i Justice per il lato b di un brano dei Franz Ferdinand e che era definito, appunto, rework.

Ecco qui il prodotto, spero che nella sua stranezza vi piaccia:

I disegni del videoclip sono realizzati invece dalla mia fidanzata

Avere un sintetizzatore (durante la quarantena)

Da qualche mese sto imparando a suonare il sintetizzatore; ho un Monologue della Korg al quale sto dedicando un po’ di tempo in questo periodo di isolamento. Dopo aver trovato i vari cavi e cavetti per poter registrare e contemporaneamente sentirmi, ho iniziato a realizzare alcune improvvisazioni; so che suonano un po’ vuote perché non ho altri strumenti con cui accompagnarle, ma pur con i loro difetti non mi dispiacciono!

Ho usato un suono creato da me e ho un po’ giocato con le manopole
Questo invece è un suono che era già in dotazione, mi piace il suo carattere rock
Aggiungere pian piano suoni a una sequenza è stato molto divertente!