Chubby_prinsess

Aprire un canale su Youtube era un sogno che si portava dietro sin da quando era alle medie e cantava davanti al computer senza microfono. Poi si era fatta regalare un’apparecchiatura per il karaoke e aveva preso l’abitudine di esibirsi dopo aver spento tutte le luci. Tenendo gli occhi chiusi si sentiva più sicura di sé, sentiva di essere solamente la sua voce, niente corpo, niente di niente. Quei tempi erano passati; oramai aveva caricato un paio di video nei quali si faceva vedere senza problemi: una cover di Beautiful di Christina Aguilera e una versione a cappella di Roar di Katy Perry. Aveva un migliaio di follower e si era abituata a ogni tipo di commenti; da quelli in cui le davano della cicciona schifosa a quelli in cui la prendevano in giro per non saper neanche scrivere correttamente il nome che si era scelto. Scegliere un nickname adatto a lei non era stato per nulla facile. Da un po’ di tempo pensava di utilizzare Chubby Princess perché si vedeva come una principessa cicciotella. Quando la prendevano in giro faceva dei dialoghi immaginari con la sua seconda identità. Ma ci aveva messo tanto a decidersi e digitare veramente questo nome, a farlo suo. Quando si era decisa era arrivata troppo tardi: Chubby_Princess era già stato preso da qualcuna che era stata più veloce e coraggiosa. Ma lei non ci rimase poi così male, in fondo era abituata a fallire; le parve che la cosa migliore da fare fosse semplicemente cambiare una lettera.

Poi arrivò l’11 giugno del 2018.

Era a casa e le arrivò una mail che in qualche modo aveva a che fare con un video che aveva pubblicato. Era stata inviata da una rivista di moda e costume che aveva anche un suo canale su Youtube. Il canale era seguito da più di duecentomila persone e anche se lei non lo conosceva, le sembrò affidabile. Andò oltre nella lettura della comunicazione; le veniva chiesto di aprire un link sottostante con la webcam e il microfono accesi, in modalità registrazione. Tutte queste richieste la incuriosirono. Aveva scaricato diversi software per proteggere il pc da attacchi di ogni tipo e si sentiva sicura. Non temeva neanche che fosse uno scherzo di cattivo gusto.

Cliccò e si mise comoda. Era un videomessaggio. Era un videomessaggio di Christina Aguilera. Era un video in cui Christina Aguilera commentava la sua versione di Beautiful. Christina non era più la star bellissima di qualche anno prima, ma per lei era sempre la migliore. Il video che stava commentando, la sua versione di Beutiful era stato visto da 425 persone ma Christina lo aveva comunque trovato. Era un video su cui solo 4 delle 425 persone avevano lasciato un pollice in su e ora, con il suo volto che esprimeva serenità, Christina ne stava parlando. Lei, dopo i primi secondi di stupore, iniziò a boccheggiare guardando ora lo schermo ora la webcam. Christina aveva visto la sua versione di Beautiful, la canzone che lei ascoltava quando aveva paura, paura di dover cambiare per poter essere accettata dagli altri. Christina aveva guardato in camera e aveva detto il suo nickname. Christina aveva proprio detto così: “Thank you, Chubby_Prinsess, YOU are beautiful”. Aveva detto il suo nome. Christina aveva detto di aver avuto la pelle d’oca quando ha ascoltato per la prima volta quel pezzo. Aveva detto che era un’esibizione toccante. Aveva detto che si vedeva dallo sguardo che la canzone doveva avere un significato profondo per lei, che era felice di vedere quando i fan vivono così una sua canzone. E aveva detto così perché Christina sapeva. Sapeva delle sue notti insonni, sapeva dei bis presi di nascosto alla mensa scolastica, sapeva delle serate in cui lei non voleva uscire. Christina c’era, era con lei quando gli altri le davano buca, ed era con lei quando aveva deciso di sentirsi una principessa, di essere una principessa. E ora era il momento in cui glielo doveva dire. Glielo doveva dire, anche con le lacrime agli occhi e con la voce tremante: guardò fisso davanti a sé e le disse che quello era il più bel giorno della sua vita. Si sentì bruciare il volto per colpa della banalità di quanto era uscito dalla sua bocca, ma poi riprese fiato; non era più il momento di sentirsi stupida o inadeguata. Andò avanti a ringraziare Christina. Lei cercava di parlare mentre il video continuava ad andare avanti sullo schermo; come se fosse una vera videochiamata lei cercava di parlare nelle pause che Christina lasciava. Alla fine Christina appoggiò le mani sul cuore, guardò fissa davanti a sé e sospirando ripeté un grazie che veniva da sotto le mani, direttamente dal cuore e lei, Chubby_Prinsess, sorrise e ringraziò di rimando perché sapeva che Christina era stata sincera con lei.

Quasi come Nebraska

Piove regolare, senza violenza. Rimango in casa pomeriggio. L’ascolto adatto per questo momento è Nebraska, di Bruce Springsteen. La copertina dice già tutto, lo stato d’animo del disco è ben visibile. E dopo che lo si ascolta ci si rende conto che anche l’arrangiamento scarno dei brani si può desumere da quel panorama e dai tergicristalli sporchi di neve.

Ricette semplici (Madeleine Thien)

Ricette semplici è la raccolta d’esordio della scrittrice canadese Madeleine Thien. Il volumetto è in Italia per la piccola casa editrice 66thand2nd che ha utilizzato una carta morbidissima che conferisce un piacere al tatto a questa lettura non proprio rassicurante. Infatti sotto un titolo banale e una veste grafica innocua si nascondono sette racconti nei quali emerge, a volte in maniera sommessa, a volte creando sorpresa, la sofferenza e l’instabilità che sta dietro le relazioni umane, siano esse il rapporto tra genitori e figli o i rapporti di coppia.

La violenza a volte esplode dal nulla, come nel racconto che apre e dà il titolo alla raccolta, dove un padre amorevole inizia a picchiare selvaggiamente il figlio. Altre volte invece è nascosta e bisogna coglierla tra le righe come in Alchimia oppure è solo pensata come in Messaggio. La violenza, ma anche la fuga da casa e la storia familiare, sono ingredienti presenti ma non pesanti nei sette testi; il lettore non è aggredito dal disagio che attanaglia i personaggi. La Thien in questo suo modo poco invadente di trattare la psicologia dei personaggi è molto orientale (i genitori sono cinesi: il padre cinese-malese, la madre di Hong Kong). Non abbiamo quelle scenate che spesso associamo alla descrizione di famiglie disfunzionali e a volte veniamo distratti da vicende terribili con gli effetti speciali della voce narrante. Mi spiego meglio: Messaggio è un racconto in cui una moglie gelosa cerca di immaginarsi l’incidente stradale in cui muore l’amante del marito, situazione in cui l’autrice potrebbe benissimo calcare la mano sul sadismo, la vendetta o quant’altro. Non solo questo non c’è, ma ciò che ci colpisce di più del testo è che la voce narrante è alla seconda persona, caso raro in narrativa. Prendiamo ancora il racconto Treno proiettile; la trama ci racconta di Harold che da bambino viene messo in punizione sul tetto della propria abitazione nonostante soffra di vertigini. Non sappiamo nulla dei suoi sentimenti verso il padre che lo sottopone a questa sofferenza. Vediamo da vicino uno dei passaggi cruciali del racconto:

Strisciò all’indietro aspettandosi a ogni spostamento di aver raggiunto la fine del tetto. Quando il suo corpo cominciò a scivolare non si spaventò. Anche quando i gomiti sfregarono contro la grondaia, e le sue braccia schizzarono lontane dal corpo come se si stesse disintegrando, non ebbe paura. Era finita, così pensò: tutto il peso del corpo sul tetto, mentre la parte più forte e più leggera di sé rotolava nell’aria.

Harold aprì gli occhi e vide il giardino e la casa. Sentì i passi nell’erba. Si sedette e vide gente che correva verso di lui.

Tutto è molto controllato, sappiamo cosa lui non sente, ma non sappiamo i suoi sentimenti reali. La grandezza del racconto sta nella parte seguente. Dopo uno spazio vuoto e un asterisco il narratore ci proietta avanti negli anni:

Per quasi tutta la vita, Harold sarà timido con le donne. Lasciata la casa del padre se ne starà da solo e si guadagnerà da vivere facendo riparazioni e lavoretti da custode.

Il testo prosegue così, raccontandoci in prolessi tutto il futuro del personaggio. Ovviamente non dicendoci quali conseguenze ha avuto l’incidente nella sua vita. La timidezza dipende da qualche disabilità? Nello stesso racconto anche le vicende delle altre due protagoniste, Thea e la figlia Josephine sono raccontate fino ad un punto di svolta in modo classico per essere poi proiettate nel futuro.

Che cosa rende un video musicale un gran video?

È importante che una canzone sia accompagnata da un video musicale?

Negli anni ’60 i filmati di cantanti che si esibivano in playback venivano mandati durante i programmi musicali per dare visibilità alla canzone, senza che i cantanti dovessero essere obbligati a essere presenti in studio (durante gli anni della British Invasion molti gruppi inglesi erano troppo impegnati da una parte e dall’altra dell’Atlantico per poter partecipare a tutte le trasmissioni in cui venivano invitati).

All’inizio degli anni ’80, con la nascita di Mtv, il video diventa il biglietto necessario per entrare nel mondo visivo dei musicisti, mentre tra gli anni ’90 e i primi 2000 è il terreno su cui fare i primi passi con la CGI (l’ultima generazione degli effetti speciali digitali), con tecniche ancora troppo costose per essere utilizzate in lungometraggi.

Ed eccoci a oggi: l’epoca in cui la musica la si ascolta su Spotify. È ancora necessario il videoclip? E che caratteristiche deve avere se vuole rimanere in mente e colpire lo spettatore? Rispondo rispetto ai miei gusti personali: il video è un’esperienza che permette di essere coinvolti nell’immaginario di un artista, per cui se vogliamo farci coinvolgere sì che è necessario. Deve inoltre essere coerente con lo stato d’animo della canzone e mostrare una qualche impronta stilistica del regista (non dimentichiamo che i videoclip non sono dei cantanti, ma dei registi!). Attualmente mi sembra che questi ideali siano ben incarnati dalla coppia di registi francesi Greg & Lio responsabili dei videoclip della connazionale Jain. Nel video di Makeba si vede benissimo cosa intendo dire.

Su internet non sono riuscito a trovare molte notizie su di loro e mi pare di aver capito che ultimamente la prima metà del duo, Gregory Ohrel, produca video da solo. Ad esempio ha girato l’ultimo, assurdo, video per gli Editors.

Mi rendo conto di aver espresso soprattutto pareri personali. Quali registi di videoclip degli ultimi anni vi sembrano i più interessanti?

Master of Friday

Non avevo mai letto Robinson Crusoe, così come non avevo mai approfondito più di tanto il Metal. Mi è capitato di fare contemporaneamente le due cose e ho provato alcune sensazioni simili nell’ascoltare Master of puppets mentre leggevo Robinson in inglese. Ed ecco che il titolo del post è spiegato!

Non si tratta ovviamente di un lavoro di critica rigorosa; solo alcune suggestioni su tematiche che le due opere hanno in comune.

Sottomissione.

Robinson Crusoe è un romanzo frutto del suo tempo, quel Settecento che vide gli Inglesi proseguire la loro opera di colonizzazione un po’ ovunque e con un ingombrante orgoglio per la loro civiltà. È proprio il disprezzo per l’altro, che è l’altra faccia dell’orgoglio, che rende il romanzo fastidioso ai giorni nostri. Dopo che Robinson vede un’orma umana inizia una disturbante sequenza di momenti in cui il protagonista si crede superiore a chiunque altro: al povero Venerdì che si ritrova subito a essere servo, allo spagnolo, ai selvaggi dell’isola e agli altri europei naufragati. Lui è il padrone di tutto e tutti e gli altri devono riconoscerlo.

Immagino che a James Hetfield questa storia piaccia. La sottomissione è uno dei temi forti di Master of puppets, i personaggi delle canzoni sono soggiogati dalle dipendenze (Master of puppets), dalla follia (Sanitarium), dall’essere costretti a combattere (Disposable heroes), dalla religione (Leper Messiah) o più genericamente dalla violenza (Battery e Damage inc.). Anche la musica aggredisce e sottomette l’ascoltatore con riff pesanti a cui si può reagire solo scuotendo la testa più o meno violentemente. L’ascoltatore però si sottomette ben volentieri a un suono poderoso che riesce a integrare tutti gli strumenti in un assalto sonoro.

Io. Tu.

Abbastanza collegato al tema della sottomissione, ma più su un piano stilistico, è il discorso sull’Io onnipresente in entrambe le opere e sul Tu che deve subire la volontà dell’Io. Sia il romanzo che i testi dell’album sono scritti in prima persona. È stata proprio la scelta di questo tipo di narratore a decretare la fortuna del romanzo di Defoe. Il lettore di ogni epoca si sente coinvolto dall’esperienza personale del personaggio, che riesce a tessere, costruire, coltivare e poi anche a sottomettere altri uomini. Troppo presente e troppo orgoglioso di sé. Il “Tu” inizia ad essere presente solo nella seconda parte del romanzo. Nel momento in cui Robinson vede una impronta di uomo si tratta di un tu immaginato, è il pensiero di trovare degli uomini-bestie, cannibali da cui difendersi. Il pensiero poi si rivela vero, Daniel Defoe non è disposto a dare compagni civili al suo eroe. Quando il tu (o il voi, dato che in inglese è lo stesso) si concretizza in esseri umani reali, il rapporto non è mai alla pari. Sull’isola tutti devono essere sottomessi a lui, e da lui apprendono i frutti della genialità che lo ha portato a sopravvivere e a fare prosperare la sua parte di Isola, di cui si considera senza problemi proprietario e governatore. A ben vedere anche quando torna in Inghilterra e gira nuovamente per il mondo e l’Europa, tutto continua a girare intorno a lui.

Se in Robinson Crusoe è l’Io a essere predominante, in Master of puppets è il tu. Quasi ogni canzone contiene un’abbondanza di ripetizioni di questo pronome. Tu sei quello che deve obbedire al maestro, inchinarti al Messia (seppur lebbroso), morire in guerra. Per l’ascoltatore accettare questo rapporto fa parte del gioco, dell’assalto sonoro di cui parlavo in precedenza.

Stimolare l’immaginario

Entrambe le opere giocano con l’immaginario del fruitore, e riescono a farlo ottimamente. Robinson Crusoe è considerato il capostipite del romanzo d’avventura ed è uno dei pochi romanzi del ‘700 ad essere ancora stampato e letto ancora oggi. Defoe ci rende partecipi delle avventure del suo eroe, ci fa conoscere i pericoli del mare nella prima parte e poi ci mette di fronte a un’isola da far fruttare, ci fa anche sognare di essere praticamente onnipotenti.

Più complesso e disturbante è l’immaginario del disco fondamentale per la definizione del Trash Metal; quel filone della musica heavy metal che gioca sulla velocità, l’aggressività e una buona dose di cattiveria. In due brani che non ho ancora citato, The thing that should not be e Orion si evocano mondi inesistenti: nel primo siamo nell’immaginario delle storie dell’orrore di Lovecraft, mentre il secondo è un brano strumentale che deve il suo titolo ai suoni che in qualche modo richiamano gli spazi immensi dell’universo. Gli altri brani contribuiscono a costruire quello che è l’immaginario classico della musica Metal: rissosa, lontana dai valori condivisi (non sono poi tanto sicuro che Disposable heroes sia un pezzo contro le guerre), amica del disagio mentale.

L’arpa d’erba (Truman Capote)

“L’arpa d’erba” è un romanzo breve di Truman Capote. È uno di quei testi in cui la voce del narratore, che qui è il ragazzo protagonista, Collin è molto costruita: la scelta delle parole e del linguaggio figurato è molto raffinata ed è proprio lo stile a dare unità al racconto. Collin ci racconta di quella volta che si rifugiò nella casa sull’albero con la zia Dolly, la serva di casa Catherine e altri personaggi che pian piano si uniscono. Ma nel mentre ci racconta anche di altri personaggi che abitano e che passano nel villaggio del sud degli USA in cui è ambientata la storia. Lo si potrebbe definire un romanzo corale, per il tocco con cui sono trattati i personaggi che compaiono anche per poche righe. Al di là della trama, sembra che il vero interesse di Capote fosse quello di delineare le caratteristiche di un micromondo, con un certo senso di nostalgia.

L’arpa d’erba del titolo , come ci viene spiegato in maniera circolare all’inizio e alla fine dell’opera, è un’espressione di Dolly, la zia con qualche problema mentale ma con una saggezza e una voglia di vivere libera e allo stesso tempo matura. È lo strumento che racconta le storie del luogo, è un rumore naturale che è allo stesso tempo portatore di cultura.