Teresa

Teresa ha avuto la fortuna di capire subito che cosa la appassionava: la lingua inglese e la chitarra. Aveva messo mano per la prima volta sulla sei corde quando era alle scuole medie e da subito aveva imparato che suonare non significava solamente ascoltare il proprio strumento: fare musica era un dare e avere. Poteva godere della voce di Marta che con la sua r moscia le solleticava le orecchie, farsi riempire lo stomaco dal basso di Ilaria e farsi togliere il respiro dalla batteria di Carla. Lei in cambio guidava le canzoni con la chitarra orientandone le dinamiche. Nell’estate dopo la terza media passava tre pomeriggi alla settimana a provare con le ragazze canzoni in inglese, innamorandosi sempre più dei testi anche se non si azzardava ad aprire bocca; si sentiva frizzante come quando inventava giochi con le compagne di classe alle elementari, solo che ora era grande. Quando Marta lasciò il gruppo, Teresa trovò il coraggio di mettersi a cantare, forte del fatto che le altre l’avrebbero aiutata. Per lei la musica era soprattutto un dialogo e parlare da sola non le piaceva. Poi però gli anni passano e le persone fanno scelte diverse: Carla lasciò la batteria e Ilaria si stufò di essere lo strumento che nessuno sa distinguere dagli altri.

Fu un momento difficile per lei, ma aveva diciannove anni, un diploma di maturità artistica in tasca e la testardaggine: prima di mollare la musica doveva provarle proprio tutte. Ogni cosa attorno a lei stava diventando diversa e se per andare avanti doveva cambiare anche lei, allora valeva la pena farlo fino in fondo. Si informò sui permessi necessari per poter suonare a Londra, per strada, e comprò un biglietto aereo. Aveva la fortuna di avere una zia nel quartiere di Golders Green che la ospitò per un primo periodo. Era una signora bassina, affettuosa che pur non tornando mai in Italia si sentiva molto legata alla famiglia. Lavorava in un ospedale del quartiere ma amava prendere un bus e andare a vedere mostre d’arte nelle piccole gallerie dell’East End, dunque poteva capire l’esperienza di vita della nipote. La sera in cui arrivò, Teresa la tenne in piedi fino a mezzanotte meno venti mostrandole tutti i video dei pezzi suonati col gruppo che aveva sul cellulare. Condividendoli non si sentiva sola.

Nella realtà però ci sarebbe stata solo lei, con la sua chitarra acustica, senza amplificazione né microfono, in un pomeriggio assolato ad Hyde Park. La sua prima esibizione. Si sentiva senza alcun appiglio, ma doveva trovare un modo per stare dritta in piedi e concentrarsi: provò a cercare un dialogo con i passanti, intercettare i loro sguardi e ridere delle loro battute. Rimase mezz’ora all’incrocio di due stradine, con lo sguardo concentrato soprattutto per verificare che nessuna guardia le si avvicinasse per chiedere permessi che non aveva. Prima di sbrigare la burocrazia necessaria per mettersi in regola infatti voleva capire se sarebbe riuscita realmente a cantare da sola. Suonò soprattutto canzoni italiane, Bennato e Battisti in particolare, si sarebbe poi avvicinata pian piano al suo adorato repertorio in inglese. Fece quindici sterline durante la prima esibizione, trenta nella seconda e venticinque il pomeriggio che un acquazzone fece sloggiare lei e un gruppo di sessantenni che correvano con la maglia bordeaux uguale per tutti. Poi si decise a prendere il permesso per suonare regolarmente: poteva stare in alcune stazioni della metropolitana in zona 2. Amava respirare quell’aria dall’odore indefinito, che sapeva un po’ di gomma e un po’ di umido, prenderne una boccata prima del ritornello di Don’t look back in anger.

Dopo un mese di esibizioni, Teresa lasciò l’appartamento di sua zia per andare a stare nella zona di Newham, un angolo dell’enorme periferia fatto di case basse e vicini sospettosi, ben collegato al centro grazie alla nuova ferrovia leggera. Aveva preso una villetta con due ragazze francesi che frequentavano corsi di arte e disegno al college. Voleva essere indipendente dalla zia ma non le interessava prendere un appartamento per sé. Non le piaceva stare da sola anche a casa, le bastavano già le ore in cui suonava. A volte le pareva di essere in compagnia anche in quei momenti, ma più spesso si rendeva conto che lì c’era solo lei, contornata da persone di passaggio.

Le piaceva vivere le sue giornate come una serie di sfide e la nuova scommessa era di riuscire a mantenersi per due mesi senza i soldi che le arrivavano da casa, ma con la propria musica, pagandosi cibo, alloggio e trasporti. Mentre si rendeva conto che avrebbe raggiunto l’obiettivo, Teresa era una ragazza felice che sorrideva a ogni nuova sterlina che veniva lanciata nella custodia della chitarra a Notting Hill o a Soho e che si ritrovava a raccontare la giornata alle coinquiline quando tornavano in piena notte, anche se loro dovevano svegliarsi presto l’indomani.

Stava bene, ma pensava che il suo futuro fosse l’Italia. Doveva agire subito, prima che i ripensamenti la inchiodassero lì. Avvisò le coinquiline che avrebbe lasciato l’appartamento a breve, anche se non sapeva con esattezza quando. Ogni sera guardava i prezzi dei voli su Skyscanner e ogni giorno guardava le persone negli occhi ancora più profondamente sperando di indovinare quale canzone li avrebbe fatti lasciare qualche moneta in più. Ci vollero otto giorni per mettere insieme i 53 euro del volo del lunedì successivo e i soldi necessari per i pasti. Come temeva gli ultimi giorni non furono facili. Arrivava in un posto, si sedeva a gambe incrociate, metteva davanti a sé la custodia con su appoggiava il tablet per leggere i testi come al solito, ma mentre suonava le venivano in mente tanti buoni motivi per rimanere, poi le sembrava di vedere una delle sue amiche tra il pubblico e poi pensava che oramai il biglietto lo aveva già fatto. Sarebbe stato più semplice se fosse andata avanti con un pilota automatico nella testa che non la ributtasse nei soliti dubbi. Quando lunedì si svegliò alle 6.15 come Sophie e Jaqueline, le francesi intuirono che quello sarebbe stato il giorno dell’addio. Teresa le abbracciò entrambe mentre il bollitore fischiava per la loro colazione; doveva limitarsi con i bagagli e così regalò le sue magliette estive a Jaqueline che era alta e magra come lei mentre lasciò la chitarra a Sophie, che la settimana prima le aveva fatto un ritratto con gli acrilici.

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