L’idiota (Fëdor Dostoevskij)

L’idiota è un monumento della Letteratura, e non solo per le sue dimensioni. Non cerco qui di dare una presentazione di tutti i suoi personaggi, né di ricostruirne la trama o di mettere in evidenza tutte le tematiche che emergono. Lascio, come al mio solito, qualche spunto di analisi e di riflessione.

Comincio con l’ammettere che più volte mi sono perso. Mi sono perso nei rapporti tra i personaggi, tra le amicizie, le parentele, i personaggi che quando venivano presentati non sembravano poi così importanti… Chi abbia letto gli autori russi sa bene che normalmente i nomi dei personaggi sono lunghi e complessi (esemplificando, i due protagonisti sono il principe Lev Nikolàevic Myskin e Parfen Semenovic Rogozin) e che spesso vengono chiamati con diminutivi, che come tutti i diminutivi si assomigliano nelle desinenze (Kolja, Varja, Ganja). Il romanzo, e poi la smetto di giustificarmi, non procede per enormi colpi di scena. Anche quando ci sono stravolgimenti (e qui ce ne sono molti), essi non sono preparati con suspense da Dostoevskij e non sono messi in evidenza da reazioni degli altri personaggi. Non è una critica questa, è un modo di costruire l’opera in modo differente da tanti altri romanzi dell’800 e a maggior ragione dai best seller di oggi. Qui il ritmo della narrazione nelle oltre 700 pagine procede lento; nel bel mezzo di una discussione può succedere che un personaggio si offenda e scappi, o che si comunichi qualcosa di fondamentale. Il lettore deve essere dunque pronto a cogliere ciò che è importante subito. Ammetto che a volte mi sono accorto troppo tardi che qualcosa di importante era successo, e così era necessario tornare indietro a recuperarlo. Il romanzo è portato avanti soprattutto tramite scene di insieme o dialoghi a piccoli gruppi e mi è capitato come lettore di ritrovarmi in mezzo a queste discussioni con la necessità di dovermi fare ripetere quanto era stato appena detto.

Ma romanzo come questo lo si gode anche se si perde qualcosa, se si ha l’attenzione di rendersi conto di aver perso qualcosa e la pazienza di recuperare. I diversi personaggi sono portatori di un’idea dell’autore e in questo sì che parlano chiaro; Dostoevskij voleva scrivere un romanzo su un uomo assolutamente buono, senza farlo però sembrare ridicolo. L’alternativa alla ridicolaggine è la malattia mentale, l’idiotismo, come viene definito dai personaggi. L’autore fa soffrire il principe anche di epilessia, malattia che aveva anche lo stesso Dostoevskij e che viene descritta quasi come un’accesso privilegiato a uno stato di esaltazione mistica breve e fuggente. Altri aspetti di una psiche disturbata sono invece assegnati alle due donne protagoniste (non vi anticipo nulla però sul loro ruolo nel romanzo): Nastà’sja e Aglàja sono volubili: carnefice e tremendamente affascinante la prima, viziata e capricciosa la seconda. Entrambe non portano avanti comportamenti puramente logici, così come in Rogozin prevale la passione. Molto logico invece è Ippolìt, che argomenta la sua scelta di porre a termine la sua vita leggendo un lungo documento dal tono nichilista.

Il romanzo è anche ricco di simboli e reazioni psicologicamente interessanti. Il lettore è buttato in mezzo a tante discussioni ed è portato a prendere posizione: l’amore è una forza irrazionale? Si può perdonare la calunnia? La bellezza salverà il mondo? Che cosa può comprare il denaro? Fino a quanto si può essere buoni?

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