La Storia (Elsa Morante)

La Storia è stato l’ultimo libro che ho iniziato a leggere durante la quarantena, mi pare di averlo iniziato proprio a cavallo del 4 maggio. Pensavo di essere più veloce nel leggerlo, ma poi -direi anche per fortuna – ho fatto anche altro nel mio tempo libero. È dunque un libro che mi ha accompagnato in un momento importante e già solo per questo gli sono affezionato.

La Morante stessa è la voce narrante della vicenda, a volte testimone e a volte creatrice di quello che racconta. Sa cosa pensano gli animali, conosce il destino dei personaggi che decide di anticipare al lettore (come quelli di Ninuzzo e Useppe), mentre altre volte svela ciò che è successo a personaggi che sono usciti di scena (come per il soldato tedesco).

In questo romanzo la Storia e la storia narrata convivono una di fianco all’altra. Ogni sezione è dedicata ad un anno, dal blocco che porta dal 1900 al ’41 e che fa aprire la storia (quella con la s piccola) con le parole “Un giorno di gennaio del 1941..” fino all’escalation della parte finale che riassume gli ultimi anni ’40 e primi ’50. Le prime pagine di ogni sezione sono dedicate a note storiche in cui l’autrice ci riassume i principali avvenimenti politici. La vicenda che non conosciamo invece è la storia di Ida e dei suoi figlioletti, durante gli anni della seconda guerra mondiale e dei suoi dolorosi strascichi. La Storia non finisce, continua sempre inesorabile, mentre quella con la s minuscola finisce male, malissimo, per tutti i personaggi perché comunque si sa che prima o poi moriamo tutti.

La negatività del romanzo è anche sul piano ideologico. Accennavo prima che la storia si svolge a cavallo della guerra, epoca più che mai ideologica, ed è inoltre pubblicato nel ’74, altro momento denso di sovrastrutture culturali per l’Italia. Eppure è un romanzo fortemente anti-ideologico, che demolisce le ideologie: chi è veramente Ninuzzo? Il bulletto di periferia? La camicia nera convinta? Il partigiano? Il trafficante di armi? Nel romanzo è tutte queste cose, nessuna senza pregio e nessuna senza condanna. E Davide Segre? Lui non ha neanche un’identità chiara, lo troviamo con un falso nome nello stanzone in cui vivono i protagonisti durante la guerra e poi scopriamo che è un ebreo, che la storia che si era inventato su di lui era falsa. Poi diventa partigiano e lo scopriamo anarchico. Ma è un vero anarchico da prendere sul serio? Nelle ultime pagine del libro prende parola in un’osteria di periferia, per un lungo monologo sul potere, la storia, la borghesia. Ma è lo sproloquio di un drogato che passa da una sostanza all’altra senza che nessuno lo ascolti.

Si tratta anche di un romanzo su Roma, sulla sua e l’umanità che la abita. Un romanzo sulle donne e le famiglie, i bambini; un’opera monumentale a cui avvicinarsi.

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