La città delle bestie (Isabel Allende)

Ho iniziato a leggere questo libro d’avventura perché ne avevo trovato alcuni estratti sull’antologia che uso a scuola. Non avevo idea di quanto fosse o meno un romanzo per ragazzi. Non avevo mai letto nulla della Allende ma il fatto che il testo fosse pubblicato nella collana economica Feltrinelli mi faceva pensare a un romanzo per un pubblico adulto. Tuttavia i protagonisti erano due ragazzi, Alex e Nadia e sicuramente la componente di romanzo di formazione sarebbe stata grande.

Come al mio solito, non sono interessato a fare un riassunto della trama, ma di condividere la mia esperienza di lettura. Le avventure di Alexander, che parte dalla California e poi si trova prima in una selvaggia New York e poi in una non meno selvaggia foresta Amazzonica con la nonna fotografa, sono appassionanti. Purtroppo alcuni personaggi del gruppo di avventurieri di cui fa parte la nonna è abbastanza stereotipato, come in uno scarso romanzo per ragazzi e questo è il peggior difetto del libro: abbiamo l’avido uomo d’affari, il militare pronto ad appoggiare ingiustizie, l’antropologo vanitoso che in realtà non capisce veramente gli indigeni… e come spesso capita in questo genere di storie abbiamo anche alcuni ribaltamenti nel finale.

Il vero punto forte del libro è l’ampia parte sul Popolo della Nebbia: la tribù indigena con cui entrano in contatto i due ragazzi. Sia Alex che Nadia (che è figlia di una guida locale) superano i riti di iniziazione della tribù e vivono avventure di contatto psichico con i loro animali totemici; inoltre entrano in contatto con la sposa angelo dello sciamano e con le misteriose Bestie che vegliano sugli umani della foresta.

L’inventore di sogni (Ian McEwan)

L’inventore di sogni è una raccolta di racconti che ha per protagonista Peter, un ragazzino di dieci anni. In effetti anche il pubblico di lettori per cui il libro è pensato è quello dei ragazzi, di dieci anni ma anche un po’ più grandicelli. Tuttavia penso che i racconti possano essere apprezzati anche dagli adulti, dal momento che si tratta di testi di una fantasia intelligente, come quella di Gianni Rodari. McEwan immagina le avventure di un ragazzino sempre assente con la testa, perché troppo preso dalle sue fantasticherie. E come succede in Rodari, avere una testa da adulto per cogliere lo spunto che ha dato l’avvio al racconto è sicuramente un valore aggiunto.

In questi testi il piccolo Peter si ritrova trasformato in un gatto, in un bebè o in adulto; lo vediamo smascherare ladri, sperimentare pomate magiche o anche venire assalito dalle bambole della sorella Kate.

Ogni volta il testo ha l’avvio da una situazione reale ma basta aspettare qualche pagina per venire a vivere le avventure di Peter in una nuova situazione, fino a che qualcosa non lo riporta poi alla realtà.

L’idiota (Fëdor Dostoevskij)

L’idiota è un monumento della Letteratura, e non solo per le sue dimensioni. Non cerco qui di dare una presentazione di tutti i suoi personaggi, né di ricostruirne la trama o di mettere in evidenza tutte le tematiche che emergono. Lascio, come al mio solito, qualche spunto di analisi e di riflessione.

Comincio con l’ammettere che più volte mi sono perso. Mi sono perso nei rapporti tra i personaggi, tra le amicizie, le parentele, i personaggi che quando venivano presentati non sembravano poi così importanti… Chi abbia letto gli autori russi sa bene che normalmente i nomi dei personaggi sono lunghi e complessi (esemplificando, i due protagonisti sono il principe Lev Nikolàevic Myskin e Parfen Semenovic Rogozin) e che spesso vengono chiamati con diminutivi, che come tutti i diminutivi si assomigliano nelle desinenze (Kolja, Varja, Ganja). Il romanzo, e poi la smetto di giustificarmi, non procede per enormi colpi di scena. Anche quando ci sono stravolgimenti (e qui ce ne sono molti), essi non sono preparati con suspense da Dostoevskij e non sono messi in evidenza da reazioni degli altri personaggi. Non è una critica questa, è un modo di costruire l’opera in modo differente da tanti altri romanzi dell’800 e a maggior ragione dai best seller di oggi. Qui il ritmo della narrazione nelle oltre 700 pagine procede lento; nel bel mezzo di una discussione può succedere che un personaggio si offenda e scappi, o che si comunichi qualcosa di fondamentale. Il lettore deve essere dunque pronto a cogliere ciò che è importante subito. Ammetto che a volte mi sono accorto troppo tardi che qualcosa di importante era successo, e così era necessario tornare indietro a recuperarlo. Il romanzo è portato avanti soprattutto tramite scene di insieme o dialoghi a piccoli gruppi e mi è capitato come lettore di ritrovarmi in mezzo a queste discussioni con la necessità di dovermi fare ripetere quanto era stato appena detto.

Ma romanzo come questo lo si gode anche se si perde qualcosa, se si ha l’attenzione di rendersi conto di aver perso qualcosa e la pazienza di recuperare. I diversi personaggi sono portatori di un’idea dell’autore e in questo sì che parlano chiaro; Dostoevskij voleva scrivere un romanzo su un uomo assolutamente buono, senza farlo però sembrare ridicolo. L’alternativa alla ridicolaggine è la malattia mentale, l’idiotismo, come viene definito dai personaggi. L’autore fa soffrire il principe anche di epilessia, malattia che aveva anche lo stesso Dostoevskij e che viene descritta quasi come un’accesso privilegiato a uno stato di esaltazione mistica breve e fuggente. Altri aspetti di una psiche disturbata sono invece assegnati alle due donne protagoniste (non vi anticipo nulla però sul loro ruolo nel romanzo): Nastà’sja e Aglàja sono volubili: carnefice e tremendamente affascinante la prima, viziata e capricciosa la seconda. Entrambe non portano avanti comportamenti puramente logici, così come in Rogozin prevale la passione. Molto logico invece è Ippolìt, che argomenta la sua scelta di porre a termine la sua vita leggendo un lungo documento dal tono nichilista.

Il romanzo è anche ricco di simboli e reazioni psicologicamente interessanti. Il lettore è buttato in mezzo a tante discussioni ed è portato a prendere posizione: l’amore è una forza irrazionale? Si può perdonare la calunnia? La bellezza salverà il mondo? Che cosa può comprare il denaro? Fino a quanto si può essere buoni?

Il Tartufo / Il malato immaginario

Un paio di osservazioni su questi due capolavori del teatro di Moliere, scoperte in questi giorni di quarantena. Mi è sempre piaciuto spulciare nelle biblioteche di altre persone ed ecco che nella casa della mia fidanzata mi sono trovato di fronte a Moliere. Perché questa precisazione all’inizio della recensione? Perché un conto è scegliere un libro, magari dopo averlo cercato per tanto tempo e avendo aspettato il momento giusto per leggerlo, un altro è invece trovarsi di fronte a un libro più o meno casualmente.

Detto questo tuffiamoci nel ‘600 di Moliere! Entrambe le commedie di cui parlo hanno in comune uno dei temi più classici del genere: il matrimonio. La bella figlia del protagonista, innamorata, viene promessa in sposa a un uomo scelto dal padre per il proprio tornaconto (il bigotto Tartufo e il figlio del farmacista).

Le situazioni di entrambi i testi si rivolgono attorno alla figura di una persona “che pensa male”, e questo è indicativo di un’epoca di razionalismo: in Il Tartufo Madama Pernella, Ermida e Orgone si fanno truffare dal furbo e bigotto Tartufo senza opporre difese: loro hanno in lui una fede cieca che verrà scalfita in modo diverso dai tre personaggi. Ermida prova sulla sua pelle il viscidume dell’uomo, Orgone ha bisogno di vedere, mentre l’anziana Madama Pernella è l’ultima ad aprire gli occhi, proprio in conclusione di commedia. Non so se inserirei Tartufo in questa categoria, lui ragiona fin troppo bene e la vendetta rabbiosa che cerca di scatenare contro Orgone sul finale lo dimostra!

Invece in Il malato immaginario è solamente Argante a non pensare razionalmente, con la sua fissazione di essere sempre malato e con la sua dipendenza dai medici.

Entrambe le commedie hanno tuttavia delle degne controparti ragionevoli, che aiutano a risolvere la situazione: personaggi positivi e motori dell’azione.

La commedia è sempre stato il territorio nel quale le storie d’amore a lieto fine potevano scorrazzare libere, in un mondo realistico. Qui le ragazze sono soggette al volere dei loro padri, ma possono convincerli a cambiare idea. Qui i matrimoni combinati possono essere buttati all’aria e ci si può sposare per vero amore. Succede così già nella commedia classico, di cui Moliere è continuatore, e succede al giorno d’oggi nelle commedie cinematografiche.

Stagioni diverse (Stephen King)

L’unico libro di King che avessi letto è stato On writing, un saggio illuminante anche se non si conosce l’opera dello scrittore. Neanche con la lettura della raccolta di racconti Stagioni diverse mi sono avventurato nell’horror vero e proprio (l’aggettivo diverse nel titolo fa riferimento al fatto che questo non sia il classico libro di Stephen King) ma in territori adiacenti. D’altra parte l’horror è un genere complesso che gioca con tutta una serie di emozioni e sensazioni umane, che vanno dalla tensione all’ansia, dal disgusto alla paura vera e propria e in questi testi si usa ogni tanto qualcuno di questi ingredienti.

In L’eterna primavera della speranza-Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank l’horror viene filtrato attraverso una storia di carcerati e quello che arriva al lettore è il fastidio per l’enorme serie di sfortune che capitano al povero Andy Dufresne. Quando le cose sembrano andare per il meglio poi i casi della vita rimescolano le carte…ma non anticipo troppo.

L’estate della corruzione -Un ragazzo sveglio invece racconta la storia di un classico bravo ragazzo americano (troppo stereotipati i rapporti in famiglia a mio parere) appassionato di nazismo. Se conoscete il racconto (o se avete visto il film L’allievo che è tratto dal racconto) saprete che questo mio micro-riassunto è troppo striminzito, ma preferisco non andare oltre e dire semplicemente anche in questo caso quali aspetti dell’horror vengono messi in evidenza: la perversione, il volere tuffarsi nel male e il dover gestire le conseguenze di questa immersione e il desiderio di violenza. Anche in questo testo i casi della vita creano una trappola per i protagonisti della storia che si trovano imprigionati in un rapporto malato.

L’autunno dell’innocenza -Il corpo è un racconto fenomenale, e non solo perché da esso è stato tratto il film cult del 1986 Stand by me. Si tratta di una storia di formazione, si tratta di un’avventura, si tratta di una vicenda che mette in luce tutto il mondo adolescenziale con una gran perizia: fastidio ma allo stesso tempo desiderio di protezione per la propria famiglia, sprezzo del pericolo, quelle amicizie che rischiano di frenare le potenzialità, c’è tutto! Il bagno con le sanguisughe e la tensione nella corsa sul ponte della ferrovia offrono al lettore assaggi di horror.

Chiude la raccolta Una storia d’inverno -Il metodo di respirazione un racconto molto breve che punta sul classico soprannaturale Ottocentesco, tra un club privato che ha libri pubblicati da editori che non esistono e una misteriosa donna incinta, che ha fatto veramente l’impossibile per far nascere il proprio bimbo.

Sposare un fornaio

Ho tradotto un racconto tratto dal libro Hasidic Tales of the Holocaust di Yaffa Eliach ad uso e consumo di chiunque ne sia interessato e poiché non ne esiste una traduzione italiana. Potete condividerla con chi volete, l’importante è che non spacciate la traduzione come opera vostra ma citiate Vincenzo Federico come traduttore e che non la utilizziate per ottenerne profitto. Buona lettura!


Il Bar Mitvah [cerimonia di passaggio per i maschi ebrei di dodici anni alla vita religiosa adulta, simile nel significato alla Cresima, n.d.t.] all’Aperion Marion di Brooklyn, New York, era stato una bella celebrazione. Il padre del ragazzo faceva parte del gruppo di Shanghai [un gruppo di sopravvissuti che avevano trovato rifugio in Cina durante la Seconda Guerra Mondiale, n.d.A.] e sua madre era una sopravvissuta di Auschwitz. Vicino a me sedeva una bionda vivace con un piacevole senso dell’umorismo che si presentò come Tula Friedman. Presto venni a sapere che Tula poteva raccontare storie in un perfetto Tedesco, Ebraico, Yiddish, Inglese, Ungherese, Ceco e senza dubbio in un paio di altre lingue di cui non avevamo parlato. Quando la musica interferiva con la nostra conversazione, lei mi chiedeva di alzare la voce dal momento che la sua capacità di udire era limitata a un solo orecchio. “Il souvenir di un pestaggio ad Auschwitz”, mi spiegò mentre si indicava l’orecchio.Riportava alla memoria l’evento, per filo e per segno, in Tedesco, Yiddish, Ebraico e Inglese raccontandolo nella lingua appropriata con citazioni precise, descrivendo vari episodi legati a quel pestaggio e alle sue conseguenze.Un cameriere arrivò al tavolo con un cesto contenente diverse varietà di pane. Tula chiuse i suoi occhi e inalò l’aroma del pane appena sfornato come chi inali i dolci profumi di un mazzo di fiori appena tagliati. Mi passò il cesto senza prendere nulla. “Grazie” disse al cameriere, “ma sono a dieta”. Si girò verso di me. “Sai, nel campo sognavo tantissimo il pane. C’era specialmente un sogno ricorrente nel quale io un giorno avrei sposato un fornaio e nella nostra casa ci sarebbe sempre stata abbondanza di pane”. “In cambio di questo cesto di pane”, disse un’altra donna dall’altra parte del tavolo “nel campo avresti potuto comprare tutti i gioielli che vedi a questo Bar Mitzvah. Una volta, a Bergen Belsen, ho scambiato un anello con diamanti per una fetta sottile di pane bianco”. Il pane sul tavolo rimaneva ancora non toccato. Il cameriere tornò nuovamente al tavolo. “Signore, vedo che oggi non avete fame”.“Oggi no”, disse Tula “nè mai più”.Il cameriere era sul punto di togliere il pane. “Lo lasci sul tavolo” disse un’altra donna. “Non c’è nulla di più rassicurante in questo mondo che avere un cesto di pane appena sfornato davanti a te sul tavolo”.

La morte nel villaggio (Agatha Christie)

La morte nel villaggio è il primo romanzo della Christie nel quale compare il personaggio di miss Marple, precedentemente protagonista della raccolta di racconti Miss Marple e i tredici problemi. La vecchietta pettegola ma per questo molto acuta, che sarà presente in molte opere, risolve un delitto avvenuto a pochi metri dal suo giardino, nel villaggio di St. Mary Mead.

Non è mia intenzione rovinare alcuna sorpresa a chi volesse approcciare il libro. Vorrei solo fare due considerazioni su come traspaia il divertimento con il quale la Christie gioca con lo stereotipo del detective.

Miss Marple è un personaggio costruito su alcune anziane parenti dell’autrice stessa, la cara Jean Marple in persona ci tiene a fare riferimenti continui al mondo della narrativa poliziesca: più volte viene citato Sherlock Holmes come modello di investigatore (l’altra grande creatura di Agatha Christie, Hercule Poirot, invece si mette sempre esplicitamente in contrapposizione con il metodo di Holmes) e quando lei è in dubbio sul probabile svolgimento del delitto ecco che va a leggersi diversi romanzi polizieschi per vedere quanto senso abbia la sua teoria.

Nella Christie è sempre evidenziato il piacere nel costruire macchine narrative sempre diverse per un genere come il giallo classico che facilmente rischia di ripetersi e ancora di più di diventare banale. Questo romanzo ne è un esempio, come lo sono altri capolavori, tutti ben diversi tra loro, come Assassinio sull’Orient Express, Dalle nove alle dieci o Dieci piccoli indiani.

Il quinto evangelio (Mario Pomilio)

Mi hanno sempre affascinato gli autori che sanno arricchire le loro storie con la propria religiosità. Adoro anche per questo i film di Fellini, Rossellini, Bergman e Scorsese, ma anche Il cattivo tenente di Abel Ferrara. E amo per lo stesso motivo le opere di Singer (Isaac Bashevis, il fratello lo conosco meno) e di molti autori di cultura ebraica per pur non trattando direttamente di religione, fanno trasudare tematiche religiose per dare profondità alle loro vicende (alcuni testi di Malamud, o dell’immenso Yehousha). Per questi motivi quando ho sentito parlare del Quinto evangelio di Mario Pomilio mi sono subito incuriosito. In uno degli scritti messi in appendice all’edizione del romanzo uscita per la casa editrice L’orma, è Pomilio stesso a definire qual è la suggestione forte alla base del testo.

Nelle mie intenzioni, nella mia latente simbologia, il senso del libro restava quello: il quinto evangelo in quanto metafora dei quattro Vangeli canonici perpetuamente rinnovati dal loro impatto con la Storia, ovvero […] di quella delega permanente della Parola in virtù della quale ciascuna generazione sembra come in attesa d’un supplemento di Rivelazione e non soltanto rilegge diversamente i Vangeli ma, dal modo in cui ne adotta e ne esplica il messaggio, è come se a sua volta scrivesse un suo vangelo.

Preistoria d’un romanzo

Pomilio sviluppa questo stimolo che vicenda come la ricerca di un quinto vangelo da parte di un ufficiale americano che ne sente parlare per la prima volta quando è di stanza in una chiesetta di Colonia durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma non è una vicenda alla Il codice da Vinci; il soldato, appassionato di archivi e di Storia, diventa un filologo alla ricerca di un libro che forse neanche esiste e il romanzo è una collezione di testimonianze inventate su tale libro. Siamo nel 1975, prima del Nome della rosa di Eco, ma il clima culturale è lo stesso: la narrativa che si fa esplorazione di un mondo passato e per farlo usa la finzione della riscrittura. Troviamo false lettere, false leggende, false ricostruzioni e, nella parte finale, anche un testo teatrale Il quinto evangelista.

Il romanzo è senza dubbio una delle grandi (e poche) opere d’arte del cattolicesimo italiano, un libro da riscoprire per lasciarsi affascinare, un libro non semplicissimo dato che non si affida alla trama per colpire il lettore, ma allo stile e alla forza delle idee.

Ricette semplici (Madeleine Thien)

Ricette semplici è la raccolta d’esordio della scrittrice canadese Madeleine Thien. Il volumetto è in Italia per la piccola casa editrice 66thand2nd che ha utilizzato una carta morbidissima che conferisce un piacere al tatto a questa lettura non proprio rassicurante. Infatti sotto un titolo banale e una veste grafica innocua si nascondono sette racconti nei quali emerge, a volte in maniera sommessa, a volte creando sorpresa, la sofferenza e l’instabilità che sta dietro le relazioni umane, siano esse il rapporto tra genitori e figli o i rapporti di coppia.

La violenza a volte esplode dal nulla, come nel racconto che apre e dà il titolo alla raccolta, dove un padre amorevole inizia a picchiare selvaggiamente il figlio. Altre volte invece è nascosta e bisogna coglierla tra le righe come in Alchimia oppure è solo pensata come in Messaggio. La violenza, ma anche la fuga da casa e la storia familiare, sono ingredienti presenti ma non pesanti nei sette testi; il lettore non è aggredito dal disagio che attanaglia i personaggi. La Thien in questo suo modo poco invadente di trattare la psicologia dei personaggi è molto orientale (i genitori sono cinesi: il padre cinese-malese, la madre di Hong Kong). Non abbiamo quelle scenate che spesso associamo alla descrizione di famiglie disfunzionali e a volte veniamo distratti da vicende terribili con gli effetti speciali della voce narrante. Mi spiego meglio: Messaggio è un racconto in cui una moglie gelosa cerca di immaginarsi l’incidente stradale in cui muore l’amante del marito, situazione in cui l’autrice potrebbe benissimo calcare la mano sul sadismo, la vendetta o quant’altro. Non solo questo non c’è, ma ciò che ci colpisce di più del testo è che la voce narrante è alla seconda persona, caso raro in narrativa. Prendiamo ancora il racconto Treno proiettile; la trama ci racconta di Harold che da bambino viene messo in punizione sul tetto della propria abitazione nonostante soffra di vertigini. Non sappiamo nulla dei suoi sentimenti verso il padre che lo sottopone a questa sofferenza. Vediamo da vicino uno dei passaggi cruciali del racconto:

Strisciò all’indietro aspettandosi a ogni spostamento di aver raggiunto la fine del tetto. Quando il suo corpo cominciò a scivolare non si spaventò. Anche quando i gomiti sfregarono contro la grondaia, e le sue braccia schizzarono lontane dal corpo come se si stesse disintegrando, non ebbe paura. Era finita, così pensò: tutto il peso del corpo sul tetto, mentre la parte più forte e più leggera di sé rotolava nell’aria.

Harold aprì gli occhi e vide il giardino e la casa. Sentì i passi nell’erba. Si sedette e vide gente che correva verso di lui.

Tutto è molto controllato, sappiamo cosa lui non sente, ma non sappiamo i suoi sentimenti reali. La grandezza del racconto sta nella parte seguente. Dopo uno spazio vuoto e un asterisco il narratore ci proietta avanti negli anni:

Per quasi tutta la vita, Harold sarà timido con le donne. Lasciata la casa del padre se ne starà da solo e si guadagnerà da vivere facendo riparazioni e lavoretti da custode.

Il testo prosegue così, raccontandoci in prolessi tutto il futuro del personaggio. Ovviamente non dicendoci quali conseguenze ha avuto l’incidente nella sua vita. La timidezza dipende da qualche disabilità? Nello stesso racconto anche le vicende delle altre due protagoniste, Thea e la figlia Josephine sono raccontate fino ad un punto di svolta in modo classico per essere poi proiettate nel futuro.

Master of Friday

Non avevo mai letto Robinson Crusoe, così come non avevo mai approfondito più di tanto il Metal. Mi è capitato di fare contemporaneamente le due cose e ho provato alcune sensazioni simili nell’ascoltare Master of puppets mentre leggevo Robinson in inglese. Ed ecco che il titolo del post è spiegato!

Non si tratta ovviamente di un lavoro di critica rigorosa; solo alcune suggestioni su tematiche che le due opere hanno in comune.

Sottomissione.

Robinson Crusoe è un romanzo frutto del suo tempo, quel Settecento che vide gli Inglesi proseguire la loro opera di colonizzazione un po’ ovunque e con un ingombrante orgoglio per la loro civiltà. È proprio il disprezzo per l’altro, che è l’altra faccia dell’orgoglio, che rende il romanzo fastidioso ai giorni nostri. Dopo che Robinson vede un’orma umana inizia una disturbante sequenza di momenti in cui il protagonista si crede superiore a chiunque altro: al povero Venerdì che si ritrova subito a essere servo, allo spagnolo, ai selvaggi dell’isola e agli altri europei naufragati. Lui è il padrone di tutto e tutti e gli altri devono riconoscerlo.

Immagino che a James Hetfield questa storia piaccia. La sottomissione è uno dei temi forti di Master of puppets, i personaggi delle canzoni sono soggiogati dalle dipendenze (Master of puppets), dalla follia (Sanitarium), dall’essere costretti a combattere (Disposable heroes), dalla religione (Leper Messiah) o più genericamente dalla violenza (Battery e Damage inc.). Anche la musica aggredisce e sottomette l’ascoltatore con riff pesanti a cui si può reagire solo scuotendo la testa più o meno violentemente. L’ascoltatore però si sottomette ben volentieri a un suono poderoso che riesce a integrare tutti gli strumenti in un assalto sonoro.

Io. Tu.

Abbastanza collegato al tema della sottomissione, ma più su un piano stilistico, è il discorso sull’Io onnipresente in entrambe le opere e sul Tu che deve subire la volontà dell’Io. Sia il romanzo che i testi dell’album sono scritti in prima persona. È stata proprio la scelta di questo tipo di narratore a decretare la fortuna del romanzo di Defoe. Il lettore di ogni epoca si sente coinvolto dall’esperienza personale del personaggio, che riesce a tessere, costruire, coltivare e poi anche a sottomettere altri uomini. Troppo presente e troppo orgoglioso di sé. Il “Tu” inizia ad essere presente solo nella seconda parte del romanzo. Nel momento in cui Robinson vede una impronta di uomo si tratta di un tu immaginato, è il pensiero di trovare degli uomini-bestie, cannibali da cui difendersi. Il pensiero poi si rivela vero, Daniel Defoe non è disposto a dare compagni civili al suo eroe. Quando il tu (o il voi, dato che in inglese è lo stesso) si concretizza in esseri umani reali, il rapporto non è mai alla pari. Sull’isola tutti devono essere sottomessi a lui, e da lui apprendono i frutti della genialità che lo ha portato a sopravvivere e a fare prosperare la sua parte di Isola, di cui si considera senza problemi proprietario e governatore. A ben vedere anche quando torna in Inghilterra e gira nuovamente per il mondo e l’Europa, tutto continua a girare intorno a lui.

Se in Robinson Crusoe è l’Io a essere predominante, in Master of puppets è il tu. Quasi ogni canzone contiene un’abbondanza di ripetizioni di questo pronome. Tu sei quello che deve obbedire al maestro, inchinarti al Messia (seppur lebbroso), morire in guerra. Per l’ascoltatore accettare questo rapporto fa parte del gioco, dell’assalto sonoro di cui parlavo in precedenza.

Stimolare l’immaginario

Entrambe le opere giocano con l’immaginario del fruitore, e riescono a farlo ottimamente. Robinson Crusoe è considerato il capostipite del romanzo d’avventura ed è uno dei pochi romanzi del ‘700 ad essere ancora stampato e letto ancora oggi. Defoe ci rende partecipi delle avventure del suo eroe, ci fa conoscere i pericoli del mare nella prima parte e poi ci mette di fronte a un’isola da far fruttare, ci fa anche sognare di essere praticamente onnipotenti.

Più complesso e disturbante è l’immaginario del disco fondamentale per la definizione del Trash Metal; quel filone della musica heavy metal che gioca sulla velocità, l’aggressività e una buona dose di cattiveria. In due brani che non ho ancora citato, The thing that should not be e Orion si evocano mondi inesistenti: nel primo siamo nell’immaginario delle storie dell’orrore di Lovecraft, mentre il secondo è un brano strumentale che deve il suo titolo ai suoni che in qualche modo richiamano gli spazi immensi dell’universo. Gli altri brani contribuiscono a costruire quello che è l’immaginario classico della musica Metal: rissosa, lontana dai valori condivisi (non sono poi tanto sicuro che Disposable heroes sia un pezzo contro le guerre), amica del disagio mentale.