La città delle bestie (Isabel Allende)

Ho iniziato a leggere questo libro d’avventura perché ne avevo trovato alcuni estratti sull’antologia che uso a scuola. Non avevo idea di quanto fosse o meno un romanzo per ragazzi. Non avevo mai letto nulla della Allende ma il fatto che il testo fosse pubblicato nella collana economica Feltrinelli mi faceva pensare a un romanzo per un pubblico adulto. Tuttavia i protagonisti erano due ragazzi, Alex e Nadia e sicuramente la componente di romanzo di formazione sarebbe stata grande.

Come al mio solito, non sono interessato a fare un riassunto della trama, ma di condividere la mia esperienza di lettura. Le avventure di Alexander, che parte dalla California e poi si trova prima in una selvaggia New York e poi in una non meno selvaggia foresta Amazzonica con la nonna fotografa, sono appassionanti. Purtroppo alcuni personaggi del gruppo di avventurieri di cui fa parte la nonna è abbastanza stereotipato, come in uno scarso romanzo per ragazzi e questo è il peggior difetto del libro: abbiamo l’avido uomo d’affari, il militare pronto ad appoggiare ingiustizie, l’antropologo vanitoso che in realtà non capisce veramente gli indigeni… e come spesso capita in questo genere di storie abbiamo anche alcuni ribaltamenti nel finale.

Il vero punto forte del libro è l’ampia parte sul Popolo della Nebbia: la tribù indigena con cui entrano in contatto i due ragazzi. Sia Alex che Nadia (che è figlia di una guida locale) superano i riti di iniziazione della tribù e vivono avventure di contatto psichico con i loro animali totemici; inoltre entrano in contatto con la sposa angelo dello sciamano e con le misteriose Bestie che vegliano sugli umani della foresta.

Guida galattica per gli autostoppisti (Douglas Adams)

Qualche anno fa facendo pulizia tra i libri della biblioteca di un convento ho trovato questa edizione.

Probabilmente La guida galattica per gli autostoppisti può essere definito un classico della fantascienza. Ci sono astronavi, alieni, la distruzione del pianeta Terra, i viaggi nel tempo, computer ultraintelligenti; insomma tutti gli ingredienti classici del genere. Normalmente un unico romanzo non ha al suo interno così tanti ingredienti…e questo perché La guida non è un libro normale.

Tutto si tiene perché il narratore può decidere di fare quello che vuole. La fantascienza è il genere che più di tutti consente di fare accadere anche cose inverosimili. Adams gioca e con i cliché del genere e dà il peso che vuole a ogni tipo di eventi, usando l’ironia. All’inizio del romanzo viene detto che sarà l’ultima volta che il sole sarebbe tramontato sulla casa di Arthur Dent (l’unico protagonista umano della storia), subito questa espressione trita viene spiegata con il fatto che la casa verrà abbattuta, ma poi si vede che il problema è più ampio: la Terra verrà distrutta e non ci sarà alcun altro tramonto. Ed ecco così che Arthur si trova a vagabondare nello spazio con Ford Perfect (nome assurdo, certo, ma è quello di un alieno che ha dovuto trovare in poco tempo uno pseudonimo da usare nel suo soggiorno terrestre, e non gli era venuto in mente nulla di meglio), fino a che i due verranno presi come autostoppisti dall’astronave “Cuore d’oro”. La fortuna ha voluto che i due venissero caricati da questa navicella che andava grazie alla propulsione dell’improbabilità (in effetti non è molto probabile venire raccattati nel mezzo dello spazio, quando si hanno solo trenta secondi di autonomia prima di morire…).

Non vado oltre, ma non per non rovinare le sorprese della trama: esse ci sono e, come dicevo anche prima, la trama si regge proprio perché tutte le assurdità sono motivate e consentite, ma non credo che un lettore approcci questo romanzo solo per la storia che racconta, è un libro da leggere per godere delle possibilità che il genere offre a chi sa giocare con le sue regole. Uno di quei classici contemporanei che sono tali proprio perché sanno giocare con il genere stesso.

L’avventura di un povero cristiano (Ignazio silone)

L’avventura di un povero cristiano è il testo teatrale che chiude la carriera di Ignazio Silone. Esso ripercorre con la prospettiva di una spiritualità assoluta e popolare parte della vicenda umana dell’eremita fra Pietro da Morrone che poi sarà protagonista di un breve pontificato sotto il nome di Celestino V.

Per un cattolico attivo nella società come Silone è una vicenda perfetta quella dell’eremita che vive in una grotta, venerato dalle persone semplici e che poi viene a essere messo sul soglio papale alla fine di un conclave durato due anni. Quando fra Pietro diventa Celestino V, dimostra subito di non essere interessato alle lotte tra le famiglie dei Colonna e degli Orsini, dimostra solo interesse nel fare bene il suo dovere firmando solo gli incartamenti su cui è sicuro di poter dare un giudizio. Non riuscirà a stare in questo ruolo, pochi mesi dopo abdicherà, verrà imprigionato dal suo successore Bonifacio VIII e morirà in modo misterioso.

La figura di Papa Celestino V era stata condannata da Dante nella Commedia (sarebbe lui, secondo i critici, il responsabile del gran rifiuto, l’abdicazione) ed era stata invece vista con simpatia da Petrarca nel De vita solitaria per essere stata poi nuovamente tirata fuori dai mezzi di comunicazione con la rinuncia di Benedetto XVI.

Il punto di vista di Silone è quello di chi vuole mettere in evidenza il forte contrasto tra la spiritualità e la “burocrazia”, il potere e la sequela di Cristo. A questo proposito sono esemplificativi i dialoghi tra Celestino V e il cardinale Caetani (che sarà poi il successore Bonifacio VIII) e, alla fine della vicenda tra le stesse due persone con i loro nuovi nomi: Bonifacio VIII e fra Pier Celestino. La grandezza di Silone sta nel riportarci un Caetani/Bonifacio assetato di potere certo, astuto sicuramente, ma umano e non certamente antipatico. È questo un elemento di forza del dramma, così come lo è anche l’umanità dei frati che seguono Pietro/Celestino e di due studenti innamorati di un’idea sana di Chiesa e che infatti seguiranno Celestino anche dopo la sua fuga. Un discorso a parte va fatto per il personaggio di Concetta, l’unica donna in un dramma di uomini, coraggiosa e portatrice di una forza interiore pura.

Un aspetto negativo devo pur metterlo in evidenza; la prima parte dell’opera è in prosa, sotto il titolo Quel che rimane è un concatenarsi di discorsi profondi di ideologia, di utilità del dibattito (siamo anche in epoca post-conciliare) che si può dire siano invecchiati male.

L’inventore di sogni (Ian McEwan)

L’inventore di sogni è una raccolta di racconti che ha per protagonista Peter, un ragazzino di dieci anni. In effetti anche il pubblico di lettori per cui il libro è pensato è quello dei ragazzi, di dieci anni ma anche un po’ più grandicelli. Tuttavia penso che i racconti possano essere apprezzati anche dagli adulti, dal momento che si tratta di testi di una fantasia intelligente, come quella di Gianni Rodari. McEwan immagina le avventure di un ragazzino sempre assente con la testa, perché troppo preso dalle sue fantasticherie. E come succede in Rodari, avere una testa da adulto per cogliere lo spunto che ha dato l’avvio al racconto è sicuramente un valore aggiunto.

In questi testi il piccolo Peter si ritrova trasformato in un gatto, in un bebè o in adulto; lo vediamo smascherare ladri, sperimentare pomate magiche o anche venire assalito dalle bambole della sorella Kate.

Ogni volta il testo ha l’avvio da una situazione reale ma basta aspettare qualche pagina per venire a vivere le avventure di Peter in una nuova situazione, fino a che qualcosa non lo riporta poi alla realtà.

Il Tartufo / Il malato immaginario

Un paio di osservazioni su questi due capolavori del teatro di Moliere, scoperte in questi giorni di quarantena. Mi è sempre piaciuto spulciare nelle biblioteche di altre persone ed ecco che nella casa della mia fidanzata mi sono trovato di fronte a Moliere. Perché questa precisazione all’inizio della recensione? Perché un conto è scegliere un libro, magari dopo averlo cercato per tanto tempo e avendo aspettato il momento giusto per leggerlo, un altro è invece trovarsi di fronte a un libro più o meno casualmente.

Detto questo tuffiamoci nel ‘600 di Moliere! Entrambe le commedie di cui parlo hanno in comune uno dei temi più classici del genere: il matrimonio. La bella figlia del protagonista, innamorata, viene promessa in sposa a un uomo scelto dal padre per il proprio tornaconto (il bigotto Tartufo e il figlio del farmacista).

Le situazioni di entrambi i testi si rivolgono attorno alla figura di una persona “che pensa male”, e questo è indicativo di un’epoca di razionalismo: in Il Tartufo Madama Pernella, Ermida e Orgone si fanno truffare dal furbo e bigotto Tartufo senza opporre difese: loro hanno in lui una fede cieca che verrà scalfita in modo diverso dai tre personaggi. Ermida prova sulla sua pelle il viscidume dell’uomo, Orgone ha bisogno di vedere, mentre l’anziana Madama Pernella è l’ultima ad aprire gli occhi, proprio in conclusione di commedia. Non so se inserirei Tartufo in questa categoria, lui ragiona fin troppo bene e la vendetta rabbiosa che cerca di scatenare contro Orgone sul finale lo dimostra!

Invece in Il malato immaginario è solamente Argante a non pensare razionalmente, con la sua fissazione di essere sempre malato e con la sua dipendenza dai medici.

Entrambe le commedie hanno tuttavia delle degne controparti ragionevoli, che aiutano a risolvere la situazione: personaggi positivi e motori dell’azione.

La commedia è sempre stato il territorio nel quale le storie d’amore a lieto fine potevano scorrazzare libere, in un mondo realistico. Qui le ragazze sono soggette al volere dei loro padri, ma possono convincerli a cambiare idea. Qui i matrimoni combinati possono essere buttati all’aria e ci si può sposare per vero amore. Succede così già nella commedia classico, di cui Moliere è continuatore, e succede al giorno d’oggi nelle commedie cinematografiche.

Stagioni diverse (Stephen King)

L’unico libro di King che avessi letto è stato On writing, un saggio illuminante anche se non si conosce l’opera dello scrittore. Neanche con la lettura della raccolta di racconti Stagioni diverse mi sono avventurato nell’horror vero e proprio (l’aggettivo diverse nel titolo fa riferimento al fatto che questo non sia il classico libro di Stephen King) ma in territori adiacenti. D’altra parte l’horror è un genere complesso che gioca con tutta una serie di emozioni e sensazioni umane, che vanno dalla tensione all’ansia, dal disgusto alla paura vera e propria e in questi testi si usa ogni tanto qualcuno di questi ingredienti.

In L’eterna primavera della speranza-Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank l’horror viene filtrato attraverso una storia di carcerati e quello che arriva al lettore è il fastidio per l’enorme serie di sfortune che capitano al povero Andy Dufresne. Quando le cose sembrano andare per il meglio poi i casi della vita rimescolano le carte…ma non anticipo troppo.

L’estate della corruzione -Un ragazzo sveglio invece racconta la storia di un classico bravo ragazzo americano (troppo stereotipati i rapporti in famiglia a mio parere) appassionato di nazismo. Se conoscete il racconto (o se avete visto il film L’allievo che è tratto dal racconto) saprete che questo mio micro-riassunto è troppo striminzito, ma preferisco non andare oltre e dire semplicemente anche in questo caso quali aspetti dell’horror vengono messi in evidenza: la perversione, il volere tuffarsi nel male e il dover gestire le conseguenze di questa immersione e il desiderio di violenza. Anche in questo testo i casi della vita creano una trappola per i protagonisti della storia che si trovano imprigionati in un rapporto malato.

L’autunno dell’innocenza -Il corpo è un racconto fenomenale, e non solo perché da esso è stato tratto il film cult del 1986 Stand by me. Si tratta di una storia di formazione, si tratta di un’avventura, si tratta di una vicenda che mette in luce tutto il mondo adolescenziale con una gran perizia: fastidio ma allo stesso tempo desiderio di protezione per la propria famiglia, sprezzo del pericolo, quelle amicizie che rischiano di frenare le potenzialità, c’è tutto! Il bagno con le sanguisughe e la tensione nella corsa sul ponte della ferrovia offrono al lettore assaggi di horror.

Chiude la raccolta Una storia d’inverno -Il metodo di respirazione un racconto molto breve che punta sul classico soprannaturale Ottocentesco, tra un club privato che ha libri pubblicati da editori che non esistono e una misteriosa donna incinta, che ha fatto veramente l’impossibile per far nascere il proprio bimbo.

Sposare un fornaio

Ho tradotto un racconto tratto dal libro Hasidic Tales of the Holocaust di Yaffa Eliach ad uso e consumo di chiunque ne sia interessato e poiché non ne esiste una traduzione italiana. Potete condividerla con chi volete, l’importante è che non spacciate la traduzione come opera vostra ma citiate Vincenzo Federico come traduttore e che non la utilizziate per ottenerne profitto. Buona lettura!


Il Bar Mitvah [cerimonia di passaggio per i maschi ebrei di dodici anni alla vita religiosa adulta, simile nel significato alla Cresima, n.d.t.] all’Aperion Marion di Brooklyn, New York, era stato una bella celebrazione. Il padre del ragazzo faceva parte del gruppo di Shanghai [un gruppo di sopravvissuti che avevano trovato rifugio in Cina durante la Seconda Guerra Mondiale, n.d.A.] e sua madre era una sopravvissuta di Auschwitz. Vicino a me sedeva una bionda vivace con un piacevole senso dell’umorismo che si presentò come Tula Friedman. Presto venni a sapere che Tula poteva raccontare storie in un perfetto Tedesco, Ebraico, Yiddish, Inglese, Ungherese, Ceco e senza dubbio in un paio di altre lingue di cui non avevamo parlato. Quando la musica interferiva con la nostra conversazione, lei mi chiedeva di alzare la voce dal momento che la sua capacità di udire era limitata a un solo orecchio. “Il souvenir di un pestaggio ad Auschwitz”, mi spiegò mentre si indicava l’orecchio.Riportava alla memoria l’evento, per filo e per segno, in Tedesco, Yiddish, Ebraico e Inglese raccontandolo nella lingua appropriata con citazioni precise, descrivendo vari episodi legati a quel pestaggio e alle sue conseguenze.Un cameriere arrivò al tavolo con un cesto contenente diverse varietà di pane. Tula chiuse i suoi occhi e inalò l’aroma del pane appena sfornato come chi inali i dolci profumi di un mazzo di fiori appena tagliati. Mi passò il cesto senza prendere nulla. “Grazie” disse al cameriere, “ma sono a dieta”. Si girò verso di me. “Sai, nel campo sognavo tantissimo il pane. C’era specialmente un sogno ricorrente nel quale io un giorno avrei sposato un fornaio e nella nostra casa ci sarebbe sempre stata abbondanza di pane”. “In cambio di questo cesto di pane”, disse un’altra donna dall’altra parte del tavolo “nel campo avresti potuto comprare tutti i gioielli che vedi a questo Bar Mitzvah. Una volta, a Bergen Belsen, ho scambiato un anello con diamanti per una fetta sottile di pane bianco”. Il pane sul tavolo rimaneva ancora non toccato. Il cameriere tornò nuovamente al tavolo. “Signore, vedo che oggi non avete fame”.“Oggi no”, disse Tula “nè mai più”.Il cameriere era sul punto di togliere il pane. “Lo lasci sul tavolo” disse un’altra donna. “Non c’è nulla di più rassicurante in questo mondo che avere un cesto di pane appena sfornato davanti a te sul tavolo”.

Il quinto evangelio (Mario Pomilio)

Mi hanno sempre affascinato gli autori che sanno arricchire le loro storie con la propria religiosità. Adoro anche per questo i film di Fellini, Rossellini, Bergman e Scorsese, ma anche Il cattivo tenente di Abel Ferrara. E amo per lo stesso motivo le opere di Singer (Isaac Bashevis, il fratello lo conosco meno) e di molti autori di cultura ebraica per pur non trattando direttamente di religione, fanno trasudare tematiche religiose per dare profondità alle loro vicende (alcuni testi di Malamud, o dell’immenso Yehousha). Per questi motivi quando ho sentito parlare del Quinto evangelio di Mario Pomilio mi sono subito incuriosito. In uno degli scritti messi in appendice all’edizione del romanzo uscita per la casa editrice L’orma, è Pomilio stesso a definire qual è la suggestione forte alla base del testo.

Nelle mie intenzioni, nella mia latente simbologia, il senso del libro restava quello: il quinto evangelo in quanto metafora dei quattro Vangeli canonici perpetuamente rinnovati dal loro impatto con la Storia, ovvero […] di quella delega permanente della Parola in virtù della quale ciascuna generazione sembra come in attesa d’un supplemento di Rivelazione e non soltanto rilegge diversamente i Vangeli ma, dal modo in cui ne adotta e ne esplica il messaggio, è come se a sua volta scrivesse un suo vangelo.

Preistoria d’un romanzo

Pomilio sviluppa questo stimolo che vicenda come la ricerca di un quinto vangelo da parte di un ufficiale americano che ne sente parlare per la prima volta quando è di stanza in una chiesetta di Colonia durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma non è una vicenda alla Il codice da Vinci; il soldato, appassionato di archivi e di Storia, diventa un filologo alla ricerca di un libro che forse neanche esiste e il romanzo è una collezione di testimonianze inventate su tale libro. Siamo nel 1975, prima del Nome della rosa di Eco, ma il clima culturale è lo stesso: la narrativa che si fa esplorazione di un mondo passato e per farlo usa la finzione della riscrittura. Troviamo false lettere, false leggende, false ricostruzioni e, nella parte finale, anche un testo teatrale Il quinto evangelista.

Il romanzo è senza dubbio una delle grandi (e poche) opere d’arte del cattolicesimo italiano, un libro da riscoprire per lasciarsi affascinare, un libro non semplicissimo dato che non si affida alla trama per colpire il lettore, ma allo stile e alla forza delle idee.

Master of Friday

Non avevo mai letto Robinson Crusoe, così come non avevo mai approfondito più di tanto il Metal. Mi è capitato di fare contemporaneamente le due cose e ho provato alcune sensazioni simili nell’ascoltare Master of puppets mentre leggevo Robinson in inglese. Ed ecco che il titolo del post è spiegato!

Non si tratta ovviamente di un lavoro di critica rigorosa; solo alcune suggestioni su tematiche che le due opere hanno in comune.

Sottomissione.

Robinson Crusoe è un romanzo frutto del suo tempo, quel Settecento che vide gli Inglesi proseguire la loro opera di colonizzazione un po’ ovunque e con un ingombrante orgoglio per la loro civiltà. È proprio il disprezzo per l’altro, che è l’altra faccia dell’orgoglio, che rende il romanzo fastidioso ai giorni nostri. Dopo che Robinson vede un’orma umana inizia una disturbante sequenza di momenti in cui il protagonista si crede superiore a chiunque altro: al povero Venerdì che si ritrova subito a essere servo, allo spagnolo, ai selvaggi dell’isola e agli altri europei naufragati. Lui è il padrone di tutto e tutti e gli altri devono riconoscerlo.

Immagino che a James Hetfield questa storia piaccia. La sottomissione è uno dei temi forti di Master of puppets, i personaggi delle canzoni sono soggiogati dalle dipendenze (Master of puppets), dalla follia (Sanitarium), dall’essere costretti a combattere (Disposable heroes), dalla religione (Leper Messiah) o più genericamente dalla violenza (Battery e Damage inc.). Anche la musica aggredisce e sottomette l’ascoltatore con riff pesanti a cui si può reagire solo scuotendo la testa più o meno violentemente. L’ascoltatore però si sottomette ben volentieri a un suono poderoso che riesce a integrare tutti gli strumenti in un assalto sonoro.

Io. Tu.

Abbastanza collegato al tema della sottomissione, ma più su un piano stilistico, è il discorso sull’Io onnipresente in entrambe le opere e sul Tu che deve subire la volontà dell’Io. Sia il romanzo che i testi dell’album sono scritti in prima persona. È stata proprio la scelta di questo tipo di narratore a decretare la fortuna del romanzo di Defoe. Il lettore di ogni epoca si sente coinvolto dall’esperienza personale del personaggio, che riesce a tessere, costruire, coltivare e poi anche a sottomettere altri uomini. Troppo presente e troppo orgoglioso di sé. Il “Tu” inizia ad essere presente solo nella seconda parte del romanzo. Nel momento in cui Robinson vede una impronta di uomo si tratta di un tu immaginato, è il pensiero di trovare degli uomini-bestie, cannibali da cui difendersi. Il pensiero poi si rivela vero, Daniel Defoe non è disposto a dare compagni civili al suo eroe. Quando il tu (o il voi, dato che in inglese è lo stesso) si concretizza in esseri umani reali, il rapporto non è mai alla pari. Sull’isola tutti devono essere sottomessi a lui, e da lui apprendono i frutti della genialità che lo ha portato a sopravvivere e a fare prosperare la sua parte di Isola, di cui si considera senza problemi proprietario e governatore. A ben vedere anche quando torna in Inghilterra e gira nuovamente per il mondo e l’Europa, tutto continua a girare intorno a lui.

Se in Robinson Crusoe è l’Io a essere predominante, in Master of puppets è il tu. Quasi ogni canzone contiene un’abbondanza di ripetizioni di questo pronome. Tu sei quello che deve obbedire al maestro, inchinarti al Messia (seppur lebbroso), morire in guerra. Per l’ascoltatore accettare questo rapporto fa parte del gioco, dell’assalto sonoro di cui parlavo in precedenza.

Stimolare l’immaginario

Entrambe le opere giocano con l’immaginario del fruitore, e riescono a farlo ottimamente. Robinson Crusoe è considerato il capostipite del romanzo d’avventura ed è uno dei pochi romanzi del ‘700 ad essere ancora stampato e letto ancora oggi. Defoe ci rende partecipi delle avventure del suo eroe, ci fa conoscere i pericoli del mare nella prima parte e poi ci mette di fronte a un’isola da far fruttare, ci fa anche sognare di essere praticamente onnipotenti.

Più complesso e disturbante è l’immaginario del disco fondamentale per la definizione del Trash Metal; quel filone della musica heavy metal che gioca sulla velocità, l’aggressività e una buona dose di cattiveria. In due brani che non ho ancora citato, The thing that should not be e Orion si evocano mondi inesistenti: nel primo siamo nell’immaginario delle storie dell’orrore di Lovecraft, mentre il secondo è un brano strumentale che deve il suo titolo ai suoni che in qualche modo richiamano gli spazi immensi dell’universo. Gli altri brani contribuiscono a costruire quello che è l’immaginario classico della musica Metal: rissosa, lontana dai valori condivisi (non sono poi tanto sicuro che Disposable heroes sia un pezzo contro le guerre), amica del disagio mentale.

L’arpa d’erba (Truman Capote)

“L’arpa d’erba” è un romanzo breve di Truman Capote. È uno di quei testi in cui la voce del narratore, che qui è il ragazzo protagonista, Collin è molto costruita: la scelta delle parole e del linguaggio figurato è molto raffinata ed è proprio lo stile a dare unità al racconto. Collin ci racconta di quella volta che si rifugiò nella casa sull’albero con la zia Dolly, la serva di casa Catherine e altri personaggi che pian piano si uniscono. Ma nel mentre ci racconta anche di altri personaggi che abitano e che passano nel villaggio del sud degli USA in cui è ambientata la storia. Lo si potrebbe definire un romanzo corale, per il tocco con cui sono trattati i personaggi che compaiono anche per poche righe. Al di là della trama, sembra che il vero interesse di Capote fosse quello di delineare le caratteristiche di un micromondo, con un certo senso di nostalgia.

L’arpa d’erba del titolo , come ci viene spiegato in maniera circolare all’inizio e alla fine dell’opera, è un’espressione di Dolly, la zia con qualche problema mentale ma con una saggezza e una voglia di vivere libera e allo stesso tempo matura. È lo strumento che racconta le storie del luogo, è un rumore naturale che è allo stesso tempo portatore di cultura.