Nuovo “testo”

Sto provando a dare ad alcune cose che avevo scritto la forma di testo musicato; non canzoni ma testi letti su una base musicale. Se non mi viene da cambiare qualche parola questo che pubblico è il primo testo che nasce apposta per essere accompagnato dalla musica. L’argomento è Genova nelle sere di agosto, il titolo ancora manca:

Inizio agosto, Genova, di sera. Via XX è percorsa solo da turisti che vanno da qualche parte e che pensano che quella sia una via dove passeggiare anche dopo cena.

Chi conosce la città in questo periodo dell’anno sa dove andare. Al porto o nei vicoli.

Stare seduti tranquilli ai tavolini di un pub dei vicoli è la giusta ricompensa per essere riusciti a trovare il locale.

È in una piazzetta sotto via della Maddalena ma arrivarci evitando i vicoli che vanno evitati non è un’impresa semplice, per muoversi in questi posti è necessario valutare le strade più convenienti da prendere in base alla loro larghezza e al rumore: l’odore non è un indicatore valido.

C’è un gruppetto di sette persone, cinque ragazzi e due ragazze e davanti a loro un mojito e quattro cocktail uguali, forse negroni. Non so perché due di loro non abbiano preso niente, avevano già ordinato quando mi sono messo a osservarli dal mio tavolino. Uno dei ragazzi sta stordendo di parole una ragazza di un’altra compagnia che beve mentre ascolta in piedi. Lui è concentrato a parlare, non ha ancora dato una sorsata e il ghiaccio del mojito è sciolto. Mi pare che parli della sua tesi, una roba sulle stelle. Non mi sembra che la tipa sia interessata, lui ha un tono noioso, però lei non se ne va.

Una delle ragazze sedute ha un negroni davanti ma non beve e non parla con nessuno. Chissà con chi è venuta? Avrà scelto lei cosa ordinare o avrà preso quello che prendevano gli altri? Dopo qualche minuto di nulla tira fuori il cellulare e subito il ragazzo vicino a lei la coinvolge in una discussione, lei appoggia il telefono in tasca e dà una sorsata, poi un colpo di tosse. Iniziano a litigare.

Nuovo canale Youtube

Ho appena creato un nuovo canale di Youtube nel quale metterò in musica alcuni testi che ho scritto, prestando anche la mia voce (tranquilli: non canto!!!). La strada poteva essere lì da un po’ di tempo, una strada che passa dai Massimo Volume, ad alcuni brani dei Sonic Youth e se vogliamo anche ai testi quasi parlati degli Art Brut, ma è solo adesso che la vedo come una strada adatta a me. Spero di non mollare troppo presto, il mio vecchio canale rimarrà ancora, vedrò come dividere i materiali sui due. Domattina alle 9:30 verrà proiettato il primo esperimento della serie “Ritratti”. Grazie a chi mi vorrà seguire e come al solito, enjoy DIY!

La cosa giusta

Quarantotto, quarantanove, cinquanta. Cinquanta piegamenti sulle gambe, tre volte al giorno, era questa adesso la sua normalità. Alla fine dell’isolamento sarebbe diventato velocissimo nella corsa. All’inizio guardava anche la tv mentre si allenava, ma si rese conto che era meglio non fare due cose insieme, di modo da avere più tempo occupato.

Bevve un bicchiere di succo all’ananas senza riuscire a capire se fosse già inacidito, mise su un cd ed entrò sotto la doccia. Rimase sotto l’acqua per la durata dei primi quattro pezzi di Ace of Spades, impiegò ancora il tempo dei due successivi asciugandosi e vestendosi prima di prendere in mano il cellulare che aveva appena smesso di squillare.

-Che palle, che cosa voleva adesso quel cretino?

Un colpo secco sul tasto pausa dello stereo e richiamò: -Ohi, dimmi.

-Cos’è, eri fuori a fare una passeggiata?

-Sì, ovvio. Dove credi che sia andato? A farmi una doccia?

-Certo, certo. Che domande! Comunque volevo solo assicurarmi che fossi ancora vivo. Sai, non vorrei che fossi tipo morto dal divertimento, cose così insomma.

-Ma non hai proprio un cazzo da fare, eh? Sì, comunque non me la passo male. Al mattino metto ancora la sveglia, cerco di non andare a dormire oltre la mezzanotte e poi per il resto mi invento sempre qualcosa da fare. Tu, invece?

-Dai, più o meno lo stesso. Solo che io al mattino mi devo svegliare, non è una mia scelta mettere la sveglia. Però le strade sono libere, la gente che deve sistemare i bancali di forniture che gli mollo non ha voglia di parlare e non rompe le palle: insomma, come al solito ma un po’ meglio. A casa invece ho i vicini di sopra che fanno più casino di prima all’orario di cena, ma la compagnia rumorosa è gradita in questo periodo, se alla giusta distanza ovviamente.

-Ovviamente

Giorgio e Carlo erano stati coinquilini per un anno e mezzo, prima che Carlo andasse a fare il fattorino a Savona. Giorgio non aveva mai capito realmente perché non avesse continuato a stare con lui a Genova, dato che il quartiere di Pra, in cui abitavano, non era poi così distante, ma accettò la scelta dell’amico. Non era stata la prima volta che Carlo agiva senza confrontarsi, senza valutare la reale utilità di quello che faceva. Comunque forse era meglio così, meglio che avesse un lavoro regolare, li avrebbe tenuti tutti e due lontano dai guai. Adesso, anzi, era Carlo quello che andava a lavorare regolarmente mentre lui aspettava pigramente che i pub riaprissero per poter tornare a servire cocktail alle poche persone che avrebbero avuto il coraggio di avventurarsi fino al bancone. Chissà con quanta boria l’amico si sarebbe vantato del contributo dato all’Italia mentre gli altri se ne stavano a casa. Sarebbe stato senza dubbio l’aspetto peggiore del ritorno alla normalità. Che poi chissà quando sarebbe arrivata questa normalità… era a casa da due settimane e già l’ultima serata di lavoro gli sembrava passato remoto.

Era stata una domenica sera e nonostante fosse la festa della donna c’erano solamente una decina di ragazze che non sembravano aver troppa voglia di festeggiare. Si fermarono giusto per un White Russian e non presero neanche una nocciolina dal bicchierino. Paolo, il proprietario, si aspettava una situazione simile. Quando pochi giorni dopo il presidente Conte si collegò per comunicare un cambiamento nelle norme da seguire, mandò a tutti i suoi dipendenti una sfilza di messaggi su Whatsapp per commentare le parole in tempo reale. Giorgio rimase spiazzato dalle notizie: i locali avrebbero chiuso e tutti i privati cittadini sarebbero rimasti nelle loro abitazioni fino al 3 di aprile. Quasi un mese a casa era un bel po’ di tempo. Fu una bella botta anche per Paolo. Anche se non era stupito iniziava solo allora a concretizzare il gran casino che avrebbe dovuto passare con i contratti dei dipendenti.

La telefonata era finita con il classico: ci risentiamo, ma l’idea di sentire nuovamente l’amico nei giorni successivi gli pesava parecchio. Aveva un rapporto ambivalente verso le telefonate o le videochiamate, il confine tra il piacere e l’obbligo di sentirsi era molto sottile e qualcosa nella chiamata con Carlo lo aveva spostato con forza, lasciandogli una gran voglia di isolarsi ulteriormente. Erano le cinque del pomeriggio, Giorgio avrebbe guardato un film prima di prepararsi la cena e uno dopo: i due Kill Bill sarebbero stati perfetti per staccare, per non pensare al fastidio che gli aveva dato la telefonata.

Nonostante l’adrenalina che gli era rimasta dai film, riuscì ad addormentarsi in pochi minuti.

Nel sonno stava scappando, era velocissimo. Era ovviamente all’aria aperta, anche se non riconosceva i palazzi vicino a lui sapeva che stava andando al porto di Savona e più lo sapeva più sentiva l’odore del mare, e anche qualche urlo di pescatori. Entrò in un bar per prendere un bicchiere d’acqua, correre gli aveva messo una gran sete. Qui ci sono però anche due poliziotti, al bancone, che parlano tra di loro dei pericolosi criminali: -Ci sono criminali nuovi. Sono quelli che escono di casa senza motivo.

Sentendo queste parole Giorgio iniziò a sudare, ma un attimo dopo iniziò a sentirsi più tranquillo, perché dato che stava correndo fino a poco prima era normale che fosse sudato. Non avrebbero fatto problemi. Vicino a lui arriva Claudia, gli sorride e guarda i poliziotti: -Lui però non esce mai di casa, lui sì che è una brava persona. Lo posso testimoniare io.

-Dica “lo giuro” -le fece un poliziotto, tirando fuori dal fodero una lunga spada giapponese.

-Lo giuro. -E mentre disse così, la ragazza prese per mano Giorgio e lo portò dietro al bancone, che però è il tavolo di cucina di Giorgio. Giorgio ringraziò la ragazza, ma subito si preoccupò di nuovo dal momento che non aveva pagato il bicchiere.

-Non dovevi pagarlo, il bar è mio e il bicchiere te lo offro perché mi hai tenuto compagnia. Stai a casa, e vedrai che non corri alcun pericolo.

Immediatamente, o così gli sembrò, la sveglia del cellulare suonò. Giorgio si svegliò energico, decisamente stava meglio della sera prima. Uscì sul balcone con la tazzina e due biscotti al cioccolato. Sentì una persiana alzarsi e sul poggiolo di fianco comparve Claudia, la vicina di casa; era strano vederla dopo averla sognata: -Buongiorno, un minuto e rientro; così ti lascio il panorama.

-Grazie, non c’è bisogno! Tanto siamo distanti, bella l’idea di fare colazione in questo modo!

-Sì, oramai sta diventando un’abitudine; per strada non c’è quasi nessuno a parte i bus, mi piace iniziare la giornata così. Potrei lavorare per la polizia e segnalare le persone che stanno in giro.

Claudia rispose alla battuta con una risata che le mise in evidenza il colorito rosato delle gote. I due solitamente non avevano grandi conversazioni, ma il ruolo positivo che lei aveva avuto nel suo sogno aveva dato a Carlo la faccia tosta per prendersi un po’ di confidenza in più.

I giorni passavano e in fondo Giorgio si stava convincendo che la cosa giusta fosse proprio stare lì in casa, senza danneggiare nessuno. Se avesse avuto questa possibilità anche un paio di anni prima quante cose sarebbero cambiate… Non aveva mai pensato che il modo migliore per prevenire tutte le cazzate che aveva fatto in vita sua fosse quello di isolarsi dagli altri, di stare in casa anche se si annoiava, di correre sul posto per qualche minuto e poi andare a fare la doccia come se avesse fatto di corsa tutta la Fascia di Rispetto avanti e indietro. Iniziava a capire anche le suore di clausura, che si sentono utili anche se non fanno niente. Però le ore passavano molto lente, e ogni giorno doveva inventarsi qualcosa di nuovo, provare a imparare a disegnare ad esempio o recuperare qualche film di cui aveva sentito parlare. Era pesante. No, sicuramente non lo avrebbe fatto spontaneamente, neanche per evitare di finire in un brutto giro. In effetti non lo aveva fatto neanche quando era convinto che la polizia lo avrebbe beccato per il furto al tabacchino sotto casa; un millino di euro da dividersi in tre. Aveva fatto festa, un pieno di carburante e poi il resto in sigarette, comprate proprio nello stesso tabacchino quando era oramai sicuro che nessuno potesse sospettare di lui. Che ricordi. Si accese una sigaretta mentre concludeva che se non si era mai chiuso in casa era perché non aveva mai considerato di fare delle cazzate. Perché i furti lui e i suoi amici li chiamavano cazzate solo se andavano male, solo se il guadagno era stato sproporzionato rispetto alla paura. Ma a lui, delle poche cose che aveva fatto, non era mai andato male niente; solo qualche schiaffo una notte in caserma e nient’altro. Sarebbe stato un pensiero nobile quello di rileggere il passato con saggezza, ma non era cosa sua.

Dopo colazione aveva preso l’abitudine di montare in sala un cavalletto per dipingere. Tutto era nato perché voleva appendere qualcosa a un chiodo rimasto senza quadro in camera da letto. Sapeva che non avrebbe realizzato un capolavoro, ma voleva provare a migliorarsi giorno dopo giorno. L’idea era di realizzare diversi disegni, per guardare alla fine i progressi.

Adesso, dopo tre giorni di lavoro, era dietro a dipingere le palme di una spiaggia tropicale. Aveva iniziato dalla linea dell’orizzonte e poi si era avvicinato onda dopo onda alla spiaggia. Forse il bagnasciuga non gli era venuto molto bene a matita, ma sicuramente l’avrebbe migliorato una volta passato al colore. Avrebbe anche aggiunto qualche bagnante steso sul suo asciugamani, quando avrebbe capito come disegnare meglio in prospettiva. La palma di cui si stava occupando aveva un fusto robusto, ma non tozzo e, come ogni palma da spiaggia che si rispetti, si arcuava pian piano. Aveva un dubbio su come posizionare le foglie: perpendicolari al fusto o parallele al terreno? Non voleva che il disegno rimanesse troppo schiavo della geometria.

E così passavano le mattinate, anche se a fine marzo il tempo che dedicava a colorare i bagnanti era al massimo di un’ora.

-Hai sentito; il Papa ha detto che a Pasqua non celebra con la gente. -Le chiacchierate in balcone con Claudia erano oramai una consuetudine.

-Non lo avevo sentito, certo che se inizia a non crederci neanche più lui siamo messi proprio male…

-Ma no, che hai capito? Non è che non abbia voglia di celebrare, ma lo fa in spazi privati, senza la folla.

-Sì, scherzavo! mi pareva una cosa da non cambiare però, dico la messa. Dai, la Pasqua è una cosa seria, come Natale; la gente ci tiene a queste cose. E poi la settimana prossima si potrà uscire di nuovo, forse avrebbero potuto organizzarsi meglio piuttosto che chiudere; iniziare già a pensare a come celebrare. Però chiudere è più facile; è più semplice mollare tutto che affrontare la verità.

Claudia lo guardava incuriosita: -Credi davvero che il 3 si riapra tutto? Secondo me fino a Pasqua siamo allo stesso punto di adesso, lo fa intendere anche il Papa… anche se per lui è più semplice; lui può lavorare da casa. Tu invece lavoravi in un bar, giusto? Cioè scusa… lavori in un bar?

Lavoravo era più corretto. Ora sto in cassa integrazione. Sì, lavoravo in un pub in centro, ogni tanto facciamo qualche riunione su Zoom in cui il nostro boss cerca di immaginare quando e come ritorneremo. Io ho anche provato a proporgli un panino da mettere nel menù nuovo! È con l’arrosto e la salsa rosa.

-Quindi sei un cuoco, grande!

-No, in realtà il mio posto è allo spillatore, cioè preparo le birre alla spina. Però l’altro giorno ho provato a farmi un panino con quello che avevo in casa e mi è piaciuto. Se vuoi posso darti la ricetta… mi sa che al momento è l’unico modo per fartelo assaggiare!

Claudia sorrise prima di rientrare e poco dopo anche Giorgio rientrò, anche se non era particolarmente sorridente. Aveva sentito qualcosa sul Papa che aveva parlato della Messa di Pasqua ma non aveva capito realmente l’enormità del cambiamento. Ora che se ne rendeva conto si sentì qualcosa sprofondare all’altezza dello stomaco e guardandosi allo specchio si vide con uno sguardo più serio, che non pensava di avere. Cercò di tirarsi su le guance mentre sforzava un sorriso: -Merda. Niente uovo quest’anno.

Aveva cominciato a lasciare il cavalletto montato nel caso avesse avuto voglia di continuare a disegnare, ma dopo qualche giorno di inutilizzo pensò che fosse più onesto e ordinato togliere via tutto. Il 3 di aprile era passato e tutti erano ancora in casa, a doversi inventare altro da fare.

Un mattino, pochi giorni dopo Pasqua, Giorgio vide Carlo entrare nel supermercato vicino al suo portone; per poco non gli cadde la tazzina di caffè. L’amico pochi istanti dopo alzò lo sguardo e gli fece cenno di andare al citofono.

-Pronto! Come va? È da tanto che non ci vediamo!!

-Cosa ci fai qui?

-Che aggressivo…non hai visto come sono vestito? Sto lavorando. Ho scaricato al Basko e ho pensato di passare per scambiare due parole più da vicino.

-Non volevo rispondere male, solo che come potrai immaginare non mi aspettavo di vederti qui sotto!! Come procede il lavoro? -Temeva in realtà la risposta, ma non poteva non chiederglielo.

-Bene, mi fa piacere potermi muovere per la città senza problemi. Si vedono cose interessanti, sai.

Quel sai lasciato alla fine della frase non era tanto piaciuto a Giorgio, gli ricordava discorsi del passato. Aveva paura anche facendo una seconda domanda: -In che senso sai?

-Vedo che hai colto il mio tono! Davanti ai supermercati c’è sempre coda, ma dentro ci sono poche persone alla volta. E questo lo sai anche tu. Quello che non puoi sapere è come la gente guarda noi che consegniamo bancali di prodotti senza fare code, passando dal magazzino o dall’ingresso principale indifferentemente. All’inizio la gente si spaventa quando irrompiamo, poi però tanti ci guardano fiduciosi.

Ecco il discorso sull’importanza del suo lavoro che Giorgio non voleva sentire da Carlo. Però non interruppe, era comunque curioso di sentire dove voleva andare.

-Non è sempre così, ma più o meno è quello che succede… A proposito di paura della gente, ti ricordi di quando eravamo piccoli? Quando la gente aveva paura dei drogati? Di quelli con la siringa intendo. Tutti parlavano di Aids e ogni volta che c’era qualche persona che sembrava fatta ci si allontanava.

-Sì, mi ricordo bene! Ero terrorizzato, ma mica solo io. Mio papà non prendeva mai l’autobus la sera per paura di incontrare qualche tossico.

-Esatto, e ti ricordi che a volte rapinavano anche i piccoli negozi con la loro bella siringa sporca in mano? Dai, ora devo andare che ho il furgoncino per strada. Però ci risentiamo, eh!

Adesso Giorgio non voleva tenersi dei dubbi che gli occupassero tutto il tempo libero che aveva. Perciò mandò immediatamente un messaggio, credeva di aver capito dove volesse arrivare il suo discorso e sapeva che se aveva capito bene non poteva essere esplicito in quello che avrebbe scritto. Impiegò una mezz’oretta per trovare le parole giuste: “Ciao Carlo; quello che mi hai detto al citofono mi ha fatto venire in mente i vecchi tempi. Ma non so se tu intendevi quello, sai… al citofono si sente sempre male! Mi sono ricordato del tabacchino che era sotto casa, e anche di altre cose che facevamo da giovani.” L’amico rispose subito: “Hai capito bene. La settimana prossima faccio di nuovo le consegne nella tua zona, ti citofono e ci vediamo al supermercato?”

Giorgio era agitato, un po’ su di giri. Gli ultimi giorni erano stati pesanti per lui, il tempo non passava velocemente come prima e inoltre Paolo non sapeva quando avrebbe riaperto il pub. Oramai maggio stava iniziando e a Genova era possibile fare piccole passeggiate vicino casa e persino andare a fare la spesa in negozi di altre parti delle città. Giorgio però non riusciva ancora a vedersi come uomo libero di uscire. Stranamente la conversazione con Carlo gli aveva dato una prima prospettiva di vedersi all’aria aperta e questo gli sembrava parecchio assurdo. Non sapeva ancora cosa avrebbe fatto però, in fondo l’amico gli stava proponendo di organizzare una rapina, non poteva decidere in poco tempo ma non si sentiva di escludere alcuna possibilità.

I due si incontrarono davanti al supermercato, entrambi si guardarono i capelli bisognosi di tornare da un barbiere e si fecero una risata: -Arrivo subito al punto, tanto qui fuori non ci ascolta nessuno. Un mio amico di Torino ha pensato di entrare in un supermercato, fare un po’ di scena e alleggerire un cliente a caso. L’idea è bella e sicuramente è giusto che abbia lui l’esclusiva. -Pausa per sondare l’attenzione dell’amico. -Ma c’è un piccolo problema.

Giorgio non ricordava che Carlo fosse così abile con le parole, chissà se aveva impiegato tanto tempo per cercare un modo così accattivante di presentargli il piano.

-Quale problema? Non è sicuro di essere lui la persona migliore per farlo?

-Esatto. Il problema è che questo mio amico, Rudy per dargli un nome, è molto fantasioso ma fondamentalmente è un cagasotto. Non che la sua idea sia semplicissima da mettere in pratica, non voglio dire questo. Però lui è fatto così: già si è visto tutta la situazione, con aspetti positivi e possibili problemi e quando poi bisogna concretizzare non fa niente. Non è mica la prima volta, sai? È così anche in altre situazioni… più normali diciamo.

-E quindi ha passato a te l’idea?

-E quindi ha passato a me l’idea. Una bella idea. Però è una di quelle idee che si possono realizzare una volta sola, perché se poi la tv decide di fare un servizio sull’argomento può essere che le indagini diventino più approfondite, che vengano fuori persone che hanno visto qualcosa di sospetto e robe così. Se hai tempo ti spiego quali sono, secondo Rudy, gli aspetti positivi e anche i possibili problemi. Che come vedrai sono molto pochi.

A Giorgio l’idea piacque e così un tiepido mattino di maggio mise su mascherina e guanti, salì su un bus e arrivò fino al quartiere di Sampierdarena, a una mezz’ora da casa sua. Non era una zona che frequentava abitualmente. Scelse di entrare in una piccola Carrefour, che di solito hanno le corsie molto ordinate e strette; il cartello all’ingresso intimava di entrare uno alla volta, per un massimo di quattro clienti, così dovette aspettare qualche minuto. Mentre era in coda osservò bene la persona che sarebbe entrata prima di lui, era una donna anziana, di almeno 75 anni, si girava tra le dita una lunga lista della spesa: sarebbe rimasta dentro per molto tempo. Non voleva farle del male, sperava di risolvere tutto in poco tempo: l’avrebbe aspettata in una corsia lontana dalle casse, i supermercati così piccoli ne hanno sempre una e poi si sarebbe tolto la mascherina e l’avrebbe minacciata a bassa voce di infettarla se non gli avesse dato il portafogli. Chissà che tipo di persone sarebbero stati gli altri due clienti, non si sarebbero accorti di nulla se tutto andava come doveva. Poi sarebbe scappato senza acquistare nulla, scusandosi con la cassiera e avrebbe lasciato il portafogli vuoto nelle vicinanze, con tutti i documenti.

Non appena la signora entrò, il respiro si fece difficoltoso sotto la mascherina, Giorgio iniziava ad avere dei veri stimoli di tosse ma si trattenne per non attirare l’attenzione su di sé. Una volta entrato fece un primo giro veloce per identificare la corsia prediletta, sarebbe stata quella dei prodotti per la casa. Si fermò ad aspettare ed ecco avvicinarsi la signora con il carrello già mezzo pieno. Nel momento in cui Giorgio si stava per sfilare dall’orecchio la mascherina gli partì un colpo di tosse di nervoso, questa volta al momento giusto. La signora lo stava guardando sospettosa e intimorita, come doveva essere. Non c’era nessun altro nelle vicinanze, il locale era silenzioso e Giorgio sentì uno degli altri clienti parlare con la cassiera: -Con questo Covid ci sono dei criminali nuovi, sono quelli che escono di casa senza motivo. – Erano proprio le parole che aveva sentito in un suo vecchio sogno, oltre al respiro affaticato ora a Giorgio si annebbiava anche la vista. La signora se ne rese conto: -Signore, sta bene? -In qualche modo Giorgio doveva reagire, ma non sapeva come, gli venne spontaneo rimettersi la mascherina, comportarsi da bravo cittadino, anche se questo fece aumentare la sua tosse.

-Le chiamo qualcuno? Aspetti che sta arrivando una commessa, la facciamo fermare.

-Non si preoccupi signora, ci penso io. Gli do un bicchiere d’acqua. Giorgio, ma… sei tu? -Il sorriso di Claudia fu l’ultima cosa che Giorgio vide prima di perdere conoscenza.

L’inventore di sogni (Ian McEwan)

L’inventore di sogni è una raccolta di racconti che ha per protagonista Peter, un ragazzino di dieci anni. In effetti anche il pubblico di lettori per cui il libro è pensato è quello dei ragazzi, di dieci anni ma anche un po’ più grandicelli. Tuttavia penso che i racconti possano essere apprezzati anche dagli adulti, dal momento che si tratta di testi di una fantasia intelligente, come quella di Gianni Rodari. McEwan immagina le avventure di un ragazzino sempre assente con la testa, perché troppo preso dalle sue fantasticherie. E come succede in Rodari, avere una testa da adulto per cogliere lo spunto che ha dato l’avvio al racconto è sicuramente un valore aggiunto.

In questi testi il piccolo Peter si ritrova trasformato in un gatto, in un bebè o in adulto; lo vediamo smascherare ladri, sperimentare pomate magiche o anche venire assalito dalle bambole della sorella Kate.

Ogni volta il testo ha l’avvio da una situazione reale ma basta aspettare qualche pagina per venire a vivere le avventure di Peter in una nuova situazione, fino a che qualcosa non lo riporta poi alla realtà.

I tre doni (una fiaba)

Qualche tempo fa ho iniziato a scrivere una fiaba, non una fiaba contemporanea ma una di quelle classiche in cui ci si lascia trasportare da vicende che possiamo immaginare come vadano a finire.

Poi durante l’isolamento il tempo a disposizione è aumentato a dismisura e allora ecco che con la mia fidanzata è nata l’idea di illustrare il testo e poi di leggerlo e musicarlo. Il risultato è questo video. L’obiettivo era alto: registrare la voce, creare una colonna sonora; ma i mezzi a disposizione non professionali (l’unico strumento più serio è il Korg Monologue con cui ho registrato le musiche, ma per registrare e sovrapporre tracce sul portatile ci si è dovuti ingegnare parecchio!).

Stagioni diverse (Stephen King)

L’unico libro di King che avessi letto è stato On writing, un saggio illuminante anche se non si conosce l’opera dello scrittore. Neanche con la lettura della raccolta di racconti Stagioni diverse mi sono avventurato nell’horror vero e proprio (l’aggettivo diverse nel titolo fa riferimento al fatto che questo non sia il classico libro di Stephen King) ma in territori adiacenti. D’altra parte l’horror è un genere complesso che gioca con tutta una serie di emozioni e sensazioni umane, che vanno dalla tensione all’ansia, dal disgusto alla paura vera e propria e in questi testi si usa ogni tanto qualcuno di questi ingredienti.

In L’eterna primavera della speranza-Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank l’horror viene filtrato attraverso una storia di carcerati e quello che arriva al lettore è il fastidio per l’enorme serie di sfortune che capitano al povero Andy Dufresne. Quando le cose sembrano andare per il meglio poi i casi della vita rimescolano le carte…ma non anticipo troppo.

L’estate della corruzione -Un ragazzo sveglio invece racconta la storia di un classico bravo ragazzo americano (troppo stereotipati i rapporti in famiglia a mio parere) appassionato di nazismo. Se conoscete il racconto (o se avete visto il film L’allievo che è tratto dal racconto) saprete che questo mio micro-riassunto è troppo striminzito, ma preferisco non andare oltre e dire semplicemente anche in questo caso quali aspetti dell’horror vengono messi in evidenza: la perversione, il volere tuffarsi nel male e il dover gestire le conseguenze di questa immersione e il desiderio di violenza. Anche in questo testo i casi della vita creano una trappola per i protagonisti della storia che si trovano imprigionati in un rapporto malato.

L’autunno dell’innocenza -Il corpo è un racconto fenomenale, e non solo perché da esso è stato tratto il film cult del 1986 Stand by me. Si tratta di una storia di formazione, si tratta di un’avventura, si tratta di una vicenda che mette in luce tutto il mondo adolescenziale con una gran perizia: fastidio ma allo stesso tempo desiderio di protezione per la propria famiglia, sprezzo del pericolo, quelle amicizie che rischiano di frenare le potenzialità, c’è tutto! Il bagno con le sanguisughe e la tensione nella corsa sul ponte della ferrovia offrono al lettore assaggi di horror.

Chiude la raccolta Una storia d’inverno -Il metodo di respirazione un racconto molto breve che punta sul classico soprannaturale Ottocentesco, tra un club privato che ha libri pubblicati da editori che non esistono e una misteriosa donna incinta, che ha fatto veramente l’impossibile per far nascere il proprio bimbo.

Jasmine, una storia di Natale

Jasmine adorava le feste, tutte quante, anche se non coglieva le differenze tra l’una e l’altra.

Nelle bancarelle davanti alla stazione di Genova Brignole la bimba aveva visto confusione di gente felice, e per partecipare anche lei alla gioia di tutti aveva iniziato a desiderare talmente tanto un palloncino da piangere per averlo. Suo padre allora le aveva appena comprato un grande palloncino rosso raffigurante un eroe dei cartoni animati che si travestiva e risolveva i problemi. Jasmine lo guardava e immaginava mille storie per lui ma, quando entrarono nell’enorme sala d’aspetto della stazione, la bimba rimase ancora più colpita dal gigantesco albero di Natale che era lì, addobbato con foglietti di ogni forma e dimensione al posto delle palline. Forse c’erano scritti dei desideri. Solitamente Jasmine non era una bimba capricciosa, ma in quel giorno di dicembre insistette nuovamente per sentirsi parte anche lei del clima gioioso che vedeva attorno a sé: voleva che un bigliettino scritto dal papà addobbasse l’imponente abete.

Da quando quattro anni prima era nata Jasmine, il padre aveva iniziato a celebrare il Natale in una maniera diversa da come era abituato a fare in Nigeria; aveva imparato diverse canzoncine in inglese, perché non si sentiva ancora a suo agio con le quelle italiane, che sentiva troppo legate a una tradizione non sua. In quel momento non aveva con sé un foglio e una penna, ma il bar della stazione gli diede ciò che gli serviva. Mentre il padre scriveva, appoggiato su un tavolino non troppo distante dall’albero, Jasmine si faceva ipnotizzare dal viavai di gente, e così senza rendersene conto abbandonò la presa e il palloncino volò fino alla rete posta a tre quarti dell’altissimo soffitto del salone. Non si mise a piangere, solamente salutò il suo supereroe che era volato via; se fosse scomparso in cielo si sarebbe stupita di meno che nel vederlo lì a mezz’aria, a sovrastare decine di persone che guardavano con curiosità l’eroe e che osservavano con tenerezza lei che continuava a muovere la sua manina con gli occhi rivolti verso l’alto. Il papà non se ne accorse subito perché era concentrato nella scrittura del messaggio: una preghiera in inglese affinché Gesù potesse illuminare la vita della sua famiglia. Era felice che Jasmine lo avesse spinto a scrivere qualcosa per l’albero; anche se erano tante le occasioni di passare il tempo con sua figlia, non erano molti i momenti che dedicava a pregare per il suo futuro. Quando vide che la bimba salutava il soffitto non capì; poi però guardò in alto, vide che lei non piangeva e allora la prese per mano. Mentre andavano ad attaccare il biglietto a un ramo basso dell’abete iniziò a raccontarle le meravigliose avventure che il supereroe avrebbe vissuto nel cielo della stazione.

Teresa

Teresa ha avuto la fortuna di capire subito che cosa la appassionava: la lingua inglese e la chitarra. Aveva messo mano per la prima volta sulla sei corde quando era alle scuole medie e da subito aveva imparato che suonare non significava solamente ascoltare il proprio strumento: fare musica era un dare e avere. Poteva godere della voce di Marta che con la sua r moscia le solleticava le orecchie, farsi riempire lo stomaco dal basso di Ilaria e farsi togliere il respiro dalla batteria di Carla. Lei in cambio guidava le canzoni con la chitarra orientandone le dinamiche. Nell’estate dopo la terza media passava tre pomeriggi alla settimana a provare con le ragazze canzoni in inglese, innamorandosi sempre più dei testi anche se non si azzardava ad aprire bocca; si sentiva frizzante come quando inventava giochi con le compagne di classe alle elementari, solo che ora era grande. Quando Marta lasciò il gruppo, Teresa trovò il coraggio di mettersi a cantare, forte del fatto che le altre l’avrebbero aiutata. Per lei la musica era soprattutto un dialogo e parlare da sola non le piaceva. Poi però gli anni passano e le persone fanno scelte diverse: Carla lasciò la batteria e Ilaria si stufò di essere lo strumento che nessuno sa distinguere dagli altri.

Fu un momento difficile per lei, ma aveva diciannove anni, un diploma di maturità artistica in tasca e la testardaggine: prima di mollare la musica doveva provarle proprio tutte. Ogni cosa attorno a lei stava diventando diversa e se per andare avanti doveva cambiare anche lei, allora valeva la pena farlo fino in fondo. Si informò sui permessi necessari per poter suonare a Londra, per strada, e comprò un biglietto aereo. Aveva la fortuna di avere una zia nel quartiere di Golders Green che la ospitò per un primo periodo. Era una signora bassina, affettuosa che pur non tornando mai in Italia si sentiva molto legata alla famiglia. Lavorava in un ospedale del quartiere ma amava prendere un bus e andare a vedere mostre d’arte nelle piccole gallerie dell’East End, dunque poteva capire l’esperienza di vita della nipote. La sera in cui arrivò, Teresa la tenne in piedi fino a mezzanotte meno venti mostrandole tutti i video dei pezzi suonati col gruppo che aveva sul cellulare. Condividendoli non si sentiva sola.

Nella realtà però ci sarebbe stata solo lei, con la sua chitarra acustica, senza amplificazione né microfono, in un pomeriggio assolato ad Hyde Park. La sua prima esibizione. Si sentiva senza alcun appiglio, ma doveva trovare un modo per stare dritta in piedi e concentrarsi: provò a cercare un dialogo con i passanti, intercettare i loro sguardi e ridere delle loro battute. Rimase mezz’ora all’incrocio di due stradine, con lo sguardo concentrato soprattutto per verificare che nessuna guardia le si avvicinasse per chiedere permessi che non aveva. Prima di sbrigare la burocrazia necessaria per mettersi in regola infatti voleva capire se sarebbe riuscita realmente a cantare da sola. Suonò soprattutto canzoni italiane, Bennato e Battisti in particolare, si sarebbe poi avvicinata pian piano al suo adorato repertorio in inglese. Fece quindici sterline durante la prima esibizione, trenta nella seconda e venticinque il pomeriggio che un acquazzone fece sloggiare lei e un gruppo di sessantenni che correvano con la maglia bordeaux uguale per tutti. Poi si decise a prendere il permesso per suonare regolarmente: poteva stare in alcune stazioni della metropolitana in zona 2. Amava respirare quell’aria dall’odore indefinito, che sapeva un po’ di gomma e un po’ di umido, prenderne una boccata prima del ritornello di Don’t look back in anger.

Dopo un mese di esibizioni, Teresa lasciò l’appartamento di sua zia per andare a stare nella zona di Newham, un angolo dell’enorme periferia fatto di case basse e vicini sospettosi, ben collegato al centro grazie alla nuova ferrovia leggera. Aveva preso una villetta con due ragazze francesi che frequentavano corsi di arte e disegno al college. Voleva essere indipendente dalla zia ma non le interessava prendere un appartamento per sé. Non le piaceva stare da sola anche a casa, le bastavano già le ore in cui suonava. A volte le pareva di essere in compagnia anche in quei momenti, ma più spesso si rendeva conto che lì c’era solo lei, contornata da persone di passaggio.

Le piaceva vivere le sue giornate come una serie di sfide e la nuova scommessa era di riuscire a mantenersi per due mesi senza i soldi che le arrivavano da casa, ma con la propria musica, pagandosi cibo, alloggio e trasporti. Mentre si rendeva conto che avrebbe raggiunto l’obiettivo, Teresa era una ragazza felice che sorrideva a ogni nuova sterlina che veniva lanciata nella custodia della chitarra a Notting Hill o a Soho e che si ritrovava a raccontare la giornata alle coinquiline quando tornavano in piena notte, anche se loro dovevano svegliarsi presto l’indomani.

Stava bene, ma pensava che il suo futuro fosse l’Italia. Doveva agire subito, prima che i ripensamenti la inchiodassero lì. Avvisò le coinquiline che avrebbe lasciato l’appartamento a breve, anche se non sapeva con esattezza quando. Ogni sera guardava i prezzi dei voli su Skyscanner e ogni giorno guardava le persone negli occhi ancora più profondamente sperando di indovinare quale canzone li avrebbe fatti lasciare qualche moneta in più. Ci vollero otto giorni per mettere insieme i 53 euro del volo del lunedì successivo e i soldi necessari per i pasti. Come temeva gli ultimi giorni non furono facili. Arrivava in un posto, si sedeva a gambe incrociate, metteva davanti a sé la custodia con su appoggiava il tablet per leggere i testi come al solito, ma mentre suonava le venivano in mente tanti buoni motivi per rimanere, poi le sembrava di vedere una delle sue amiche tra il pubblico e poi pensava che oramai il biglietto lo aveva già fatto. Sarebbe stato più semplice se fosse andata avanti con un pilota automatico nella testa che non la ributtasse nei soliti dubbi. Quando lunedì si svegliò alle 6.15 come Sophie e Jaqueline, le francesi intuirono che quello sarebbe stato il giorno dell’addio. Teresa le abbracciò entrambe mentre il bollitore fischiava per la loro colazione; doveva limitarsi con i bagagli e così regalò le sue magliette estive a Jaqueline che era alta e magra come lei mentre lasciò la chitarra a Sophie, che la settimana prima le aveva fatto un ritratto con gli acrilici.