Alice nelle città (Wim Wenders)

Non è corretto parlare di un’opera d’arte per scrivere cosa non è, ma le suggestioni che mi suggerisce Alice nelle città, film girato nel 1973 da Wim Wenders, mi portano comunque a farlo.

Philip Winter deve ritornare in Germania dopo un viaggio negli U.S.A. nel quale avrebbe dovuto scrivere un articolo sul paesaggio americano. Non è riuscito a compiere il suo lavoro, tutto il primo quarto d’ora del film indugia su lui che fotografa città e persone e solo dopo veniamo a sapere qualcosa su di lui. Nell’aeroporto di New York incontra Liza, una donna che gli chiede di tenere d’occhio la figlia di nove anni per qualche ora (e poi per qualche giorno) mentre lei cerca di risolvere alcune questioni con il suo compagno. Philip vola così ad Amsterdam con Alice, la bambina, e dopo aver atteso qui un paio di giorno l’arrivo di Liza, si mette alla ricerca della nonna della bimba girovagando per varie città tedesche (Alice non ricorda precisamente dove abiti la nonna e neanche come si chiami).

Una storia di questo tipo non sarebbe assolutamente possibile al giorno d’oggi e questo la rende ancora più affascinante. Muoversi attraverso l’Europa, con una bambina che non è neanche sua figlia, senza aver informazioni e dovendo solo aspettare l’arrivo, prima o poi, di una donna appena conosciuta non è qualcosa di verosimile oggi, con le attenzioni che ci sono verso i bambini e con la possibilità di tenersi sempre in contatto (o quantomeno di scambiarsi i contatti…).

Il film non è solo questo però; Wenders costruisce una storia di insoddisfazione (specie nella prima parte in cui Philip non è mai contento delle foto che fa, dei programmi tv che vede, della musica che ascolta in radio) e di vagabondaggio senza appesantire la narrazione. Anche la trama vagabonda e anche la regia di Wenders che spesso inserisce sequenze silenziose (specie all’inizio) o non essenziali per lo sviluppo della storia (il concerto di Chuck Berry, gli esercizi ginnici nel parco…). Il regista spesso ritaglia all’interno delle inquadrature degli spazi altri per i suoi personaggi, utilizzando le linee create da altri oggetti per delimitare l’azione.

La città delle bestie (Isabel Allende)

Ho iniziato a leggere questo libro d’avventura perché ne avevo trovato alcuni estratti sull’antologia che uso a scuola. Non avevo idea di quanto fosse o meno un romanzo per ragazzi. Non avevo mai letto nulla della Allende ma il fatto che il testo fosse pubblicato nella collana economica Feltrinelli mi faceva pensare a un romanzo per un pubblico adulto. Tuttavia i protagonisti erano due ragazzi, Alex e Nadia e sicuramente la componente di romanzo di formazione sarebbe stata grande.

Come al mio solito, non sono interessato a fare un riassunto della trama, ma di condividere la mia esperienza di lettura. Le avventure di Alexander, che parte dalla California e poi si trova prima in una selvaggia New York e poi in una non meno selvaggia foresta Amazzonica con la nonna fotografa, sono appassionanti. Purtroppo alcuni personaggi del gruppo di avventurieri di cui fa parte la nonna è abbastanza stereotipato, come in uno scarso romanzo per ragazzi e questo è il peggior difetto del libro: abbiamo l’avido uomo d’affari, il militare pronto ad appoggiare ingiustizie, l’antropologo vanitoso che in realtà non capisce veramente gli indigeni… e come spesso capita in questo genere di storie abbiamo anche alcuni ribaltamenti nel finale.

Il vero punto forte del libro è l’ampia parte sul Popolo della Nebbia: la tribù indigena con cui entrano in contatto i due ragazzi. Sia Alex che Nadia (che è figlia di una guida locale) superano i riti di iniziazione della tribù e vivono avventure di contatto psichico con i loro animali totemici; inoltre entrano in contatto con la sposa angelo dello sciamano e con le misteriose Bestie che vegliano sugli umani della foresta.

Guida galattica per gli autostoppisti (Douglas Adams)

Qualche anno fa facendo pulizia tra i libri della biblioteca di un convento ho trovato questa edizione.

Probabilmente La guida galattica per gli autostoppisti può essere definito un classico della fantascienza. Ci sono astronavi, alieni, la distruzione del pianeta Terra, i viaggi nel tempo, computer ultraintelligenti; insomma tutti gli ingredienti classici del genere. Normalmente un unico romanzo non ha al suo interno così tanti ingredienti…e questo perché La guida non è un libro normale.

Tutto si tiene perché il narratore può decidere di fare quello che vuole. La fantascienza è il genere che più di tutti consente di fare accadere anche cose inverosimili. Adams gioca e con i cliché del genere e dà il peso che vuole a ogni tipo di eventi, usando l’ironia. All’inizio del romanzo viene detto che sarà l’ultima volta che il sole sarebbe tramontato sulla casa di Arthur Dent (l’unico protagonista umano della storia), subito questa espressione trita viene spiegata con il fatto che la casa verrà abbattuta, ma poi si vede che il problema è più ampio: la Terra verrà distrutta e non ci sarà alcun altro tramonto. Ed ecco così che Arthur si trova a vagabondare nello spazio con Ford Perfect (nome assurdo, certo, ma è quello di un alieno che ha dovuto trovare in poco tempo uno pseudonimo da usare nel suo soggiorno terrestre, e non gli era venuto in mente nulla di meglio), fino a che i due verranno presi come autostoppisti dall’astronave “Cuore d’oro”. La fortuna ha voluto che i due venissero caricati da questa navicella che andava grazie alla propulsione dell’improbabilità (in effetti non è molto probabile venire raccattati nel mezzo dello spazio, quando si hanno solo trenta secondi di autonomia prima di morire…).

Non vado oltre, ma non per non rovinare le sorprese della trama: esse ci sono e, come dicevo anche prima, la trama si regge proprio perché tutte le assurdità sono motivate e consentite, ma non credo che un lettore approcci questo romanzo solo per la storia che racconta, è un libro da leggere per godere delle possibilità che il genere offre a chi sa giocare con le sue regole. Uno di quei classici contemporanei che sono tali proprio perché sanno giocare con il genere stesso.

Ci sono bambini a zigzag (David Grossman)

Vado subito al punto: il libro proprio non mi è piaciuto. Eppure le premesse erano buone: Nono riceve come regalo per il suo Bar Mitvah un avventuroso viaggio tra enigmi e sorprese, bello! Ma poi la narrazione è lentissima, i flashback che raccontano chi era Nono prima del viaggio non sono interessanti e soprattutto (ma non vi anticipo nulla!) le sorprese non sono poi delle soprese, il lettore ci arriva sempre prima rispetto al momento in cui Grossman ce le rivela…

Tutti i personaggi principali, cioè oltre al già citato Nono anche Felix, Lola, chi compare poco come il padre e chi viene solo nominato (ma è fondamentale) come Gabi e Zohara, avrebbero una storia interessantissima, dubbi, turbamenti, incertezze, slanci ma tutto rimane sulla superficie. Il tema dell’identità sarebbe fortissimo in questo romanzo, e non è casuale che quando è in treno, Nono trovi che la prima istruzione per fare partire il suo viaggio avventuroso sia quella di chiedere a un certo personaggio “chi sono io?”. Purtroppo nell’evidenziare quelli che sarebbero i punti di forza del romanzo devo però usare il condizionale, perché tutte le promesse e le premesse non vengono portate a un risultato coinvolgente.

Parlo per me ovviamente, già mi aveva deluso anche Qualcuno con cui correre , libro che avevo letto con le aspettative a mille, ma non riesco a capire che cosa possa piacere di David Grossman…

L’avventura di un povero cristiano (Ignazio silone)

L’avventura di un povero cristiano è il testo teatrale che chiude la carriera di Ignazio Silone. Esso ripercorre con la prospettiva di una spiritualità assoluta e popolare parte della vicenda umana dell’eremita fra Pietro da Morrone che poi sarà protagonista di un breve pontificato sotto il nome di Celestino V.

Per un cattolico attivo nella società come Silone è una vicenda perfetta quella dell’eremita che vive in una grotta, venerato dalle persone semplici e che poi viene a essere messo sul soglio papale alla fine di un conclave durato due anni. Quando fra Pietro diventa Celestino V, dimostra subito di non essere interessato alle lotte tra le famiglie dei Colonna e degli Orsini, dimostra solo interesse nel fare bene il suo dovere firmando solo gli incartamenti su cui è sicuro di poter dare un giudizio. Non riuscirà a stare in questo ruolo, pochi mesi dopo abdicherà, verrà imprigionato dal suo successore Bonifacio VIII e morirà in modo misterioso.

La figura di Papa Celestino V era stata condannata da Dante nella Commedia (sarebbe lui, secondo i critici, il responsabile del gran rifiuto, l’abdicazione) ed era stata invece vista con simpatia da Petrarca nel De vita solitaria per essere stata poi nuovamente tirata fuori dai mezzi di comunicazione con la rinuncia di Benedetto XVI.

Il punto di vista di Silone è quello di chi vuole mettere in evidenza il forte contrasto tra la spiritualità e la “burocrazia”, il potere e la sequela di Cristo. A questo proposito sono esemplificativi i dialoghi tra Celestino V e il cardinale Caetani (che sarà poi il successore Bonifacio VIII) e, alla fine della vicenda tra le stesse due persone con i loro nuovi nomi: Bonifacio VIII e fra Pier Celestino. La grandezza di Silone sta nel riportarci un Caetani/Bonifacio assetato di potere certo, astuto sicuramente, ma umano e non certamente antipatico. È questo un elemento di forza del dramma, così come lo è anche l’umanità dei frati che seguono Pietro/Celestino e di due studenti innamorati di un’idea sana di Chiesa e che infatti seguiranno Celestino anche dopo la sua fuga. Un discorso a parte va fatto per il personaggio di Concetta, l’unica donna in un dramma di uomini, coraggiosa e portatrice di una forza interiore pura.

Un aspetto negativo devo pur metterlo in evidenza; la prima parte dell’opera è in prosa, sotto il titolo Quel che rimane è un concatenarsi di discorsi profondi di ideologia, di utilità del dibattito (siamo anche in epoca post-conciliare) che si può dire siano invecchiati male.

L’inventore di sogni (Ian McEwan)

L’inventore di sogni è una raccolta di racconti che ha per protagonista Peter, un ragazzino di dieci anni. In effetti anche il pubblico di lettori per cui il libro è pensato è quello dei ragazzi, di dieci anni ma anche un po’ più grandicelli. Tuttavia penso che i racconti possano essere apprezzati anche dagli adulti, dal momento che si tratta di testi di una fantasia intelligente, come quella di Gianni Rodari. McEwan immagina le avventure di un ragazzino sempre assente con la testa, perché troppo preso dalle sue fantasticherie. E come succede in Rodari, avere una testa da adulto per cogliere lo spunto che ha dato l’avvio al racconto è sicuramente un valore aggiunto.

In questi testi il piccolo Peter si ritrova trasformato in un gatto, in un bebè o in adulto; lo vediamo smascherare ladri, sperimentare pomate magiche o anche venire assalito dalle bambole della sorella Kate.

Ogni volta il testo ha l’avvio da una situazione reale ma basta aspettare qualche pagina per venire a vivere le avventure di Peter in una nuova situazione, fino a che qualcosa non lo riporta poi alla realtà.

L’idiota (Fëdor Dostoevskij)

L’idiota è un monumento della Letteratura, e non solo per le sue dimensioni. Non cerco qui di dare una presentazione di tutti i suoi personaggi, né di ricostruirne la trama o di mettere in evidenza tutte le tematiche che emergono. Lascio, come al mio solito, qualche spunto di analisi e di riflessione.

Comincio con l’ammettere che più volte mi sono perso. Mi sono perso nei rapporti tra i personaggi, tra le amicizie, le parentele, i personaggi che quando venivano presentati non sembravano poi così importanti… Chi abbia letto gli autori russi sa bene che normalmente i nomi dei personaggi sono lunghi e complessi (esemplificando, i due protagonisti sono il principe Lev Nikolàevic Myskin e Parfen Semenovic Rogozin) e che spesso vengono chiamati con diminutivi, che come tutti i diminutivi si assomigliano nelle desinenze (Kolja, Varja, Ganja). Il romanzo, e poi la smetto di giustificarmi, non procede per enormi colpi di scena. Anche quando ci sono stravolgimenti (e qui ce ne sono molti), essi non sono preparati con suspense da Dostoevskij e non sono messi in evidenza da reazioni degli altri personaggi. Non è una critica questa, è un modo di costruire l’opera in modo differente da tanti altri romanzi dell’800 e a maggior ragione dai best seller di oggi. Qui il ritmo della narrazione nelle oltre 700 pagine procede lento; nel bel mezzo di una discussione può succedere che un personaggio si offenda e scappi, o che si comunichi qualcosa di fondamentale. Il lettore deve essere dunque pronto a cogliere ciò che è importante subito. Ammetto che a volte mi sono accorto troppo tardi che qualcosa di importante era successo, e così era necessario tornare indietro a recuperarlo. Il romanzo è portato avanti soprattutto tramite scene di insieme o dialoghi a piccoli gruppi e mi è capitato come lettore di ritrovarmi in mezzo a queste discussioni con la necessità di dovermi fare ripetere quanto era stato appena detto.

Ma romanzo come questo lo si gode anche se si perde qualcosa, se si ha l’attenzione di rendersi conto di aver perso qualcosa e la pazienza di recuperare. I diversi personaggi sono portatori di un’idea dell’autore e in questo sì che parlano chiaro; Dostoevskij voleva scrivere un romanzo su un uomo assolutamente buono, senza farlo però sembrare ridicolo. L’alternativa alla ridicolaggine è la malattia mentale, l’idiotismo, come viene definito dai personaggi. L’autore fa soffrire il principe anche di epilessia, malattia che aveva anche lo stesso Dostoevskij e che viene descritta quasi come un’accesso privilegiato a uno stato di esaltazione mistica breve e fuggente. Altri aspetti di una psiche disturbata sono invece assegnati alle due donne protagoniste (non vi anticipo nulla però sul loro ruolo nel romanzo): Nastà’sja e Aglàja sono volubili: carnefice e tremendamente affascinante la prima, viziata e capricciosa la seconda. Entrambe non portano avanti comportamenti puramente logici, così come in Rogozin prevale la passione. Molto logico invece è Ippolìt, che argomenta la sua scelta di porre a termine la sua vita leggendo un lungo documento dal tono nichilista.

Il romanzo è anche ricco di simboli e reazioni psicologicamente interessanti. Il lettore è buttato in mezzo a tante discussioni ed è portato a prendere posizione: l’amore è una forza irrazionale? Si può perdonare la calunnia? La bellezza salverà il mondo? Che cosa può comprare il denaro? Fino a quanto si può essere buoni?

Musica da quarantena

Il nostro rapporto con qualunque aspetto della quotidianità è necessariamente cambiato in questo periodo. Se è impossibile ascoltare musica in compagnia di altre persone, è anche vero che molti musicisti stanno cercando modi alternativi per promuoversi e per tenere compagnia ai propri fan.

Fino ad adesso ho partecipato a due concerti trasmessi in streaming: Courtney Barnett via Instagram e Finn Andrews su Facebook; sono due artisti che trasmettevano dall’Oceania (Australia lei, Nuova Zelanda lui), quindi da noi era mattina mentre lì era dopocena. Questo breve articolo vuole raccontarvi in particolare il piacere di ascoltare Finn dopo aver fatto colazione, mentre pian piano si collegava gente da tutta Europa felice di condividere la colazione insieme. Posso dire che è stato uno strano senso di comunità quello vissuto in questa occasione. Anche questo è un modo per dimostrare la grande voglia di stare comunque insieme, di riconoscerci simili non solo nei gusti musicali.

Il Tartufo / Il malato immaginario

Un paio di osservazioni su questi due capolavori del teatro di Moliere, scoperte in questi giorni di quarantena. Mi è sempre piaciuto spulciare nelle biblioteche di altre persone ed ecco che nella casa della mia fidanzata mi sono trovato di fronte a Moliere. Perché questa precisazione all’inizio della recensione? Perché un conto è scegliere un libro, magari dopo averlo cercato per tanto tempo e avendo aspettato il momento giusto per leggerlo, un altro è invece trovarsi di fronte a un libro più o meno casualmente.

Detto questo tuffiamoci nel ‘600 di Moliere! Entrambe le commedie di cui parlo hanno in comune uno dei temi più classici del genere: il matrimonio. La bella figlia del protagonista, innamorata, viene promessa in sposa a un uomo scelto dal padre per il proprio tornaconto (il bigotto Tartufo e il figlio del farmacista).

Le situazioni di entrambi i testi si rivolgono attorno alla figura di una persona “che pensa male”, e questo è indicativo di un’epoca di razionalismo: in Il Tartufo Madama Pernella, Ermida e Orgone si fanno truffare dal furbo e bigotto Tartufo senza opporre difese: loro hanno in lui una fede cieca che verrà scalfita in modo diverso dai tre personaggi. Ermida prova sulla sua pelle il viscidume dell’uomo, Orgone ha bisogno di vedere, mentre l’anziana Madama Pernella è l’ultima ad aprire gli occhi, proprio in conclusione di commedia. Non so se inserirei Tartufo in questa categoria, lui ragiona fin troppo bene e la vendetta rabbiosa che cerca di scatenare contro Orgone sul finale lo dimostra!

Invece in Il malato immaginario è solamente Argante a non pensare razionalmente, con la sua fissazione di essere sempre malato e con la sua dipendenza dai medici.

Entrambe le commedie hanno tuttavia delle degne controparti ragionevoli, che aiutano a risolvere la situazione: personaggi positivi e motori dell’azione.

La commedia è sempre stato il territorio nel quale le storie d’amore a lieto fine potevano scorrazzare libere, in un mondo realistico. Qui le ragazze sono soggette al volere dei loro padri, ma possono convincerli a cambiare idea. Qui i matrimoni combinati possono essere buttati all’aria e ci si può sposare per vero amore. Succede così già nella commedia classico, di cui Moliere è continuatore, e succede al giorno d’oggi nelle commedie cinematografiche.

Due unplugged

Provo a mettere a confronto due dischi registrati per la trasmissione Mtv Unplugged. Per chi fosse poco pratico del formato, è importante sapere che si tratta di concerti organizzati per essere trasmessi in video sul canale musicale Mtv e che successivamente sono stati pubblicati in disco. Si tratta di concerti suonati con strumenti acustici (con una piccola eccezione…). Quello di Clapton e quello dei Nirvana mostrano due modi totalmente diversi di approcciarsi alla chitarra acustica. Personalmente sono molto legato a entrambi, hanno sempre rappresentato per me due modi emozionanti e diversissimi per affrontare lo stesso strumento; mentre provavo anche io a imparare a suonare la chitarra acustica sono stati due modelli, anche se inavvicinabili.

Clapton vs. Kurt Cobain

Ho usato impropriamente l’agonistico “versus” nella titolazione, dal momento che parlando di chitarristi lo scontro tra Eric Clapton e qualunque altro essere umano è abbastanza impari. Per capire di chi stiamo parlando può essere utile un episodio: a metà degli anni ‘60 iniziarono a diffondersi sui muri e sulle saracinesche di Londra e poi del Regno Unito tutto delle gigantesche scritte che recitavano “Clapton is God”. L’anno dopo la scritta, il ‘66, nella scena londinese iniziò a far parlare di sé Jimi Hendrix e questo mise un po’ in ombra  Clapton, ma le scritte non sbiadirono di certo: la seconda metà degli anni ‘60 era un’epoca nella quale talenti diversi potevano convivere, il pubblico era a caccia di novità, ma il comparire e scomparire di stelle e stelline del successivo panorama pop doveva ancora arrivare. Non da ultimo, gli artisti stessi erano in continua ricerca di innovazioni.

All’altro angolo troviamo i Nirvana di Kurt Cobain. Spesso si trovano meme che ironizzano sulle sue capacità tecniche alla chitarra, ma come succede spesso sul web, le battute non colgono al 100% nel segno. Lo stile grezzo e poco tecnico di Cobain (ma anche degli altri due chitarristi) si adatta perfettamente alle canzoni sofferenti e a quel senso di scazzo che pervade il concerto. Il contributo dello stile di Cobain alla storia musicale è stato proprio la scoperta che è possibile essere poco tecnici eppure espressivi non solo nell’aggressività del punk, ma anche con altri stili musicali.

I due dischi sono perfetti a modo loro, perfetti nella loro differenza: L’Unplugged di Eric Clapton è un capolavoro di pulizia, di classe non fredda ma competente, mentre la forza dell’Unplugged in N.Y. dei Nirvana sta proprio nel suo sembrare facile da suonare, sincero e confidenziale.

Cover

Se leggiamo la scaletta dei due dischi alcuni dettagli saltano all’occhio: entrambi sono composti da 14 brani (credo sia un caso!) ma soprattutto entrambi sono pieni di cover. Il disco dei Nirvana ne ha 6 mentre in quello di Clapton più della metà sono canzoni non firmate da lui: ben 9. L’intento è il medesimo: rendere omaggio ad artisti o a canzoni che si amano, ma lo spirito con cui i brani sono scelti è diversissimo. Cobain e soci hanno alle spalle tre dischi: un debutto le cui vendite hanno salvato finanziariamente la Sub Pop ma non è circolato poi così tanto, un disco che ha cambiato il panorama musicale e un disco uscito da poco (il 21 settembre del 1993, mentre l’unplugged è stato registrato il 18 novembre), più una raccolta di brani tirata su dopo il successo di Nevermind, cioè -per chi non lo sapesse  -l’album che ha cambiato il panorama musicale. Perché questa breve carrellata sulla loro carriera? Per dire che Cobain avrebbe avuto tanto tra cui scegliere: brani sottovalutati da riesumare, megahit mondiali, brani dal disco nuovo da promuovere, ma a tutte e tre le categorie viene lasciato poco spazio: Cobain sceglie di dare maggior peso a canzoni altrui, non vuole fare la star di successo che propone al pubblico (e alla casa discografica, e a Mtv) quello che vuole. Ho citato la data di registrazione del concerto, che su disco uscirà l’anno dopo, 1 novembre ‘94, per fare un’osservazione che può sembrare banale: all’epoca la gente non ascoltava musica su internet, non era neanche così diffusa la masterizzazione dei cd e per avere una cassettina di qualità accettabile bisognava conoscere chi possedeva il disco originale (o il cd) o al massimo chi ne aveva una copia di prima mano. Dunque ascoltare un concerto era un’occasione per sperare di ascoltare brani difficili da reperire. Cobain e soci però usano questa occasione per delineare un loro pantheon per nulla banale: i Vaselines, prima di tutto che erano già stati omaggiati da due cover presenti su Incesticide (la raccolta di brani tirata su dopo il successo di Nevermind), poi Bowie di cui Cobain ha paura di rovinare “The man who sold the world”, Leadbelly che viene definito come il performer preferito da tutto il gruppo e a cui viene lasciato l’onore di chiudere il concerto. Soprattutto però spiccano le tre cover dei Meat Puppets, suonate con due membri del gruppo, i fratelli Kirkwood che suonano basso e chitarra (e si sente la differenza di stile! Curt Kirkwood è estremamente a suo agio con il finger-picking). Sembra che il disco da promuovere non sia In utero (quello uscito da poco), ma II dei Meat Puppets, da cui sono tratti tutti e tre i pezzi.

Clapton, invece, ha un repertorio sterminato: è sulla scena dalla metà degli anni ‘60 e poco prima della registrazione dell’unplugged, il 16 gennaio del 1992, ha pubblicato la personalissima “Tears in Heaven”, diventata subito un grande successo ovunque. Il suo stile si è solidificato sull’elettrica, ma gli standard blues che sceglie di risuonare nascono per l’acustica e anche i suoi brani originali si adattano perfettamente  alla nuova veste. Sono brani che suonava agli inizi della carriera, ma non solo: Rollin’ and Tumblin’ era nel primo disco dei Cream ed Eric aveva inciso Nobody knows you when you’re down and low sull’album dei Derek and the Dominos. Che conosciate o meno i nomi che ho fatto finora, la conclusione credo possa essere comunque condivisa: si vuole creare una specie di Greatest hits di brani non propri.

Il pubblico

I primi minuti dell’Unplugged dei Nirvana

La più grande figata quando si ascolta un disco dal vivo è sentire la partecipazione del pubblico e la prima differenza tra un disco in studio e uno dal vivo la senti proprio all’inizio, quando il pubblico rumoreggia, i musicisti prendono gli strumenti e il cantante si rivolge al pubblico. Ma prima ancora di sentire i primi suoni, se guardate i video dei due Unplugged, noterete che già l’abbigliamento scelto è indicativo del diverso stile della performance: giacca e cravatta, formale e curato Eric Clapton, mentre tutti i membri dei Nirvana sono più trasandati: maglione largo aperto con camicia aperta e maglia (Kurt), calze senza scarpe (Pat Smear, l’altro chitarrista già presente nel gruppo hardcore dei Germs e che sarà poi a momenti alterni nei Foo Fighters), capelli legati (Dave Grohl). Proviamo ad ascoltare l’audio di questi primi secondi, tornando sul disco: Clapton e i musicisti iniziano a provare qualcosina sugli strumenti: “Well”, “Ready”, “Ok” e le due chitarre iniziano a suonare Signe: uno strumentale dal ritmo jazzato e molto di classe, composto poco tempo prima e presentato per la prima volta al concerto, un bel regalo per i fan. Sul disco inoltre gli applausi del pubblico si sentono a un volume abbastanza alto e in effetti spesso sono parte integrante dell’esibizione; si viene a creare un’atmosfera intima di collaborazione, da piccolo club. Addirittura alla fine della registrazione televisiva la band iniziò a suonare Rollin’ and Tumblin, a telecamere spente; il pubblico iniziò ad accompagnare l’esibizione con le mani e da subito dalla cabina regia si capì che il brano meritava di essere registrato. È la traccia finale del disco che proprio per questo motivo inizia con un fade in, mentre tutti già suonano. 

…e il finale dell’esibizione di Clapton

Come comincia invece l’esibizione dei Nirvana? Kurt presenta About a girl dicendo che tanto in pochi tra il pubblico la conosceranno. Ricordate cosa ho scritto più sopra rispetto a internet? Oggi ogni artista può sperare che il singolo di maggior successo (relativo) del proprio primo album sia stato almeno ascoltato qualche volta da chi va a un concerto… all’epoca questo non succedeva e Cobain ci tiene subito a mettere a disagio il pubblico: volete delle hit? Eccone una, ma probabilmente non ve ne siete neanche accorti quando è uscita. Durante la registrazione del concerto sono tante le occasioni in cui Kurt si rivolge in modo sfrontato al pubblico o agli altri musicisti, una franchezza da sala prove. Questa aggressività era il suo modo di stemperare la tensione; gli aneddoti relativi alla registrazione del concerto raccontano che fosse molto nervoso e che avesse avuto una crisi d’astinenza qualche ora prima dell’esibizione, inoltre l’idea di fare il concerto per fare piacere a Mtv non gli andava molto a genio tant’è che il giorno precedente aveva minacciato di non presentarsi per suonare.

Fedeltà

Clapton rifà alcuni pezzi in maniera molto simile alla versione su disco, si avverte su Tears in Heaven e Old love in particolare una spessa patina pop nell’arrangiamento, che risulta molto impostato mentre le cover mettono al centro soprattutto la chitarra suonata con un gran senso di piacere (o quantomeno questo è quello che trasmette!). Ma se Clapton non riesce ad adattare per la serata acustica la veste dei due brani citati, con un suo vecchio classico confeziona un capolavoro: “See if you can spot this one” dice a un certo punto, guardate se riuscite a riconoscerla, e parte Layla, un brano registrato con il gruppo Derek and the Dominos che risulta totalmente stravolto: la vecchia versione aveva una chitarra che urlava un fraseggio molto veloce, questa invece ha lo stesso fraseggio rallentato, calmo e suonato soprattutto con gli accordi. Forse il punto più alto del disco.

I Nirvana non inseriscono in scaletta i brani più veloci e aggressivi, mettono anzi due pezzi che erano già acustici su disco (Polly e Something in the way) e abbattono le differenze di dinamiche piano/forte nei pezzi più energici. Quell’alternarsi di strofe calme e ritornelli rumorosi, che era uno dei marchi di fabbrica di Nevermind e In utero, viene sacrificata ma i pezzi non perdono nulla. Nel video con le prove del concerto, registrate poco prima dell’esibizione vera e propria, si vede come Kurt non fosse per nulla convinto dell’arrangiamento di Pennyroyal Tea (dovevano suonarla lui e Pat Smear, che avrebbe fatto anche le seconde voci) e infatti nel concerto vero e proprio sentiamo Kurt girarsi verso gli altri come se fosse in sala prove: hanno appena suonato The man who sold the world (tra poche righe parlo anche di lei!) e Kurt è soddisfatto di non averla rovinata, “but here’s another one I could screw up”; pensa che sia meglio suonarla e cantarla da solo e ne viene fuori un capolavoro. Sia strofa che ritornello sono suonati solo con pennate, con un minimo di arpeggio. Il suono della pennata, il rumore della plastica del plettro sul metallo delle corde, si sente forte, di più che sugli altri pezzi dal momento che tutta l’attenzione dell’ascoltatore è su questo e sulla voce sofferente di Cobain. Le ultime parole le dedico a The man who sold the world per due motivi fondamentali: il primo è perché non è una versione completamente acustica. In un unplugged non si dovrebbe usare la chitarra elettrica con i suoi effetti, come la distorsione, ma i Nirvana decidono di eccedere non per un brano fragoroso ma per dare enfasi al pezzo di Bowie. Che poi in realtà non è neanche una elettrica vera e propria, ma l’acustica con cui Cobain ha suonato per tutta la serata, collegata a un pedale di leggera distorsione. L’effetto viene usato nel fraseggio che si ripete più volte e nell’assolo. È una scelta azzeccatissima perché la chitarra, come la voce di Kurt, non è pulita e gracchia per esprimere meglio le emozioni.

Il secondo motivo è perchè dopo la pubblicazione dell’unplugged David Bowie stesso iniziò a suonare la sua canzone in una versione simile a quella presentata dai Nirvana; più volte qualcuno tra il pubblico addirittura si congratulò con Bowie per aver scelto di mettere un pezzo dei Nirvana in scaletta…