Stagioni diverse (Stephen King)

L’unico libro di King che avessi letto è stato On writing, un saggio illuminante anche se non si conosce l’opera dello scrittore. Neanche con la lettura della raccolta di racconti Stagioni diverse mi sono avventurato nell’horror vero e proprio (l’aggettivo diverse nel titolo fa riferimento al fatto che questo non sia il classico libro di Stephen King) ma in territori adiacenti. D’altra parte l’horror è un genere complesso che gioca con tutta una serie di emozioni e sensazioni umane, che vanno dalla tensione all’ansia, dal disgusto alla paura vera e propria e in questi testi si usa ogni tanto qualcuno di questi ingredienti.

In L’eterna primavera della speranza-Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank l’horror viene filtrato attraverso una storia di carcerati e quello che arriva al lettore è il fastidio per l’enorme serie di sfortune che capitano al povero Andy Dufresne. Quando le cose sembrano andare per il meglio poi i casi della vita rimescolano le carte…ma non anticipo troppo.

L’estate della corruzione -Un ragazzo sveglio invece racconta la storia di un classico bravo ragazzo americano (troppo stereotipati i rapporti in famiglia a mio parere) appassionato di nazismo. Se conoscete il racconto (o se avete visto il film L’allievo che è tratto dal racconto) saprete che questo mio micro-riassunto è troppo striminzito, ma preferisco non andare oltre e dire semplicemente anche in questo caso quali aspetti dell’horror vengono messi in evidenza: la perversione, il volere tuffarsi nel male e il dover gestire le conseguenze di questa immersione e il desiderio di violenza. Anche in questo testo i casi della vita creano una trappola per i protagonisti della storia che si trovano imprigionati in un rapporto malato.

L’autunno dell’innocenza -Il corpo è un racconto fenomenale, e non solo perché da esso è stato tratto il film cult del 1986 Stand by me. Si tratta di una storia di formazione, si tratta di un’avventura, si tratta di una vicenda che mette in luce tutto il mondo adolescenziale con una gran perizia: fastidio ma allo stesso tempo desiderio di protezione per la propria famiglia, sprezzo del pericolo, quelle amicizie che rischiano di frenare le potenzialità, c’è tutto! Il bagno con le sanguisughe e la tensione nella corsa sul ponte della ferrovia offrono al lettore assaggi di horror.

Chiude la raccolta Una storia d’inverno -Il metodo di respirazione un racconto molto breve che punta sul classico soprannaturale Ottocentesco, tra un club privato che ha libri pubblicati da editori che non esistono e una misteriosa donna incinta, che ha fatto veramente l’impossibile per far nascere il proprio bimbo.

Come funziona la musica (David Byrne)

Ho da poco finito di leggere questo libro illuminante scritto da David Byrne che, prima con i Talking Heads e poi da solista, frequenta il mondo della musica dalla metà degli anni ’70.

In questo saggio il buon David si fa divulgatore di mille riflessioni su come funzioni la musica con il suo solito sguardo distaccato; senza pregiudizio alcuno ci dice che preferisce ascoltare musica dal cellulare perché è più comodo, ma allo stesso modo ci spiega come funziona a o dovrebbe funzionare l’acustica in un locale. Ci dice persino quanto ha guadagnato dai suoi ultimi tour e dischi, perché un buon divulgatore si preoccupa soprattutto di essere chiaro.

Come funziona la musica è una lettura fondamentale per ogni appassionato di musica: ci sono le esperienze di Byrne in studio di registrazione, le sue collaborazioni, un discorso oggettivo sul CBGB’S (spoiler: non era un paradiso, ma si creava il clima adatto a creare, dato che i musicisti potevano entrare gratis per ascoltare i colleghi). Ma non è un libro adatto solo per chi apprezza o conosce la musica dell’autore; molto interessante è infatti anche la lunga parte iniziale nella quale si parla di come il mezzo di riproduzione del suono e l’ambiente in cui avviene l’ascolto, influenzino il tipo di musica che viene prodotto. Insomma, è proprio una di quelle letture arricchenti.

Korg Monotron Delay

Ho preparato un breve video esplicativo sul Monotron Delay della Korg. Si tratta di un piccolo sintetizzatore che più che creare melodie (quasi impossibili da suonare con la tastiera a nastro di cui è dotato) permette di modificare il suono grazie alla scelta della forma dell’onda (triangolare o quadrata), a un Low Frequency Oscillator e ad un effetto Delay. Interessante suonarlo ma se volete divertirvi davvero provate ad attaccarci una chitarra!

Forse qui in Italia ci stiamo perdendo qualcosa?

Il Grammy per la miglior canzone rock è andato a This land di Gary Clark Jr. che ha vinto anche il premio per miglior performance rock. Lui è uno dei tanti neri incazzati che negli ultimi anni stanno portando molta visibilità alla cultura afroamericana negli Usa. In Italia di tutto questo è arrivato ben poco; io ho conosciuto Ip fenomeno tramite articolo della rivista Rumore ma non mi pare aver letto o sentito molto altro. Il film della Marvel Black Panther appartiene a questo movimento come anche molto degli ultimi lavori di Beyonce (che non ho sentito da nessuna parte però…).

Ok, sicuramente è vero che una ridefinizione della cultura e del ruolo degli afroamericani sia soprattutto una questione degli Stati Uniti che ha poco a che fare con l’Italia, ma non conoscerla è segno che ci vogliamo perdere qualcosa di importante, per tornare al disco di Clark questo qualcosa è anche una ridefinizione del rock. Lui nasce come bluesman ma oggi insieme a queste radici si sentono tutti i suoni che la sei corde abbia prodotto in tutta la storia del rock, si sente l’hip hop e si sentono i nuovi (e i vecchi) suoni dell’elettronica.

Ah, anche la guerra del Vietnam è stato un fatto prettamente statunitense, ma la cultura prodotta per reagirvi è patrimonio dell’umanità.

La morte nel villaggio (Agatha Christie)

La morte nel villaggio è il primo romanzo della Christie nel quale compare il personaggio di miss Marple, precedentemente protagonista della raccolta di racconti Miss Marple e i tredici problemi. La vecchietta pettegola ma per questo molto acuta, che sarà presente in molte opere, risolve un delitto avvenuto a pochi metri dal suo giardino, nel villaggio di St. Mary Mead.

Non è mia intenzione rovinare alcuna sorpresa a chi volesse approcciare il libro. Vorrei solo fare due considerazioni su come traspaia il divertimento con il quale la Christie gioca con lo stereotipo del detective.

Miss Marple è un personaggio costruito su alcune anziane parenti dell’autrice stessa, la cara Jean Marple in persona ci tiene a fare riferimenti continui al mondo della narrativa poliziesca: più volte viene citato Sherlock Holmes come modello di investigatore (l’altra grande creatura di Agatha Christie, Hercule Poirot, invece si mette sempre esplicitamente in contrapposizione con il metodo di Holmes) e quando lei è in dubbio sul probabile svolgimento del delitto ecco che va a leggersi diversi romanzi polizieschi per vedere quanto senso abbia la sua teoria.

Nella Christie è sempre evidenziato il piacere nel costruire macchine narrative sempre diverse per un genere come il giallo classico che facilmente rischia di ripetersi e ancora di più di diventare banale. Questo romanzo ne è un esempio, come lo sono altri capolavori, tutti ben diversi tra loro, come Assassinio sull’Orient Express, Dalle nove alle dieci o Dieci piccoli indiani.

Il quinto evangelio (Mario Pomilio)

Mi hanno sempre affascinato gli autori che sanno arricchire le loro storie con la propria religiosità. Adoro anche per questo i film di Fellini, Rossellini, Bergman e Scorsese, ma anche Il cattivo tenente di Abel Ferrara. E amo per lo stesso motivo le opere di Singer (Isaac Bashevis, il fratello lo conosco meno) e di molti autori di cultura ebraica per pur non trattando direttamente di religione, fanno trasudare tematiche religiose per dare profondità alle loro vicende (alcuni testi di Malamud, o dell’immenso Yehousha). Per questi motivi quando ho sentito parlare del Quinto evangelio di Mario Pomilio mi sono subito incuriosito. In uno degli scritti messi in appendice all’edizione del romanzo uscita per la casa editrice L’orma, è Pomilio stesso a definire qual è la suggestione forte alla base del testo.

Nelle mie intenzioni, nella mia latente simbologia, il senso del libro restava quello: il quinto evangelo in quanto metafora dei quattro Vangeli canonici perpetuamente rinnovati dal loro impatto con la Storia, ovvero […] di quella delega permanente della Parola in virtù della quale ciascuna generazione sembra come in attesa d’un supplemento di Rivelazione e non soltanto rilegge diversamente i Vangeli ma, dal modo in cui ne adotta e ne esplica il messaggio, è come se a sua volta scrivesse un suo vangelo.

Preistoria d’un romanzo

Pomilio sviluppa questo stimolo che vicenda come la ricerca di un quinto vangelo da parte di un ufficiale americano che ne sente parlare per la prima volta quando è di stanza in una chiesetta di Colonia durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma non è una vicenda alla Il codice da Vinci; il soldato, appassionato di archivi e di Storia, diventa un filologo alla ricerca di un libro che forse neanche esiste e il romanzo è una collezione di testimonianze inventate su tale libro. Siamo nel 1975, prima del Nome della rosa di Eco, ma il clima culturale è lo stesso: la narrativa che si fa esplorazione di un mondo passato e per farlo usa la finzione della riscrittura. Troviamo false lettere, false leggende, false ricostruzioni e, nella parte finale, anche un testo teatrale Il quinto evangelista.

Il romanzo è senza dubbio una delle grandi (e poche) opere d’arte del cattolicesimo italiano, un libro da riscoprire per lasciarsi affascinare, un libro non semplicissimo dato che non si affida alla trama per colpire il lettore, ma allo stile e alla forza delle idee.

Stanze (Massimo Volume)

Il 6 dicembre è stato ristampato il disco di esordio dei Massimo Volume, uscito per la prima volta nel ’93 e uscito presto di catalogo senza troppi discorsi. Un oggetto che fino ad oggi circolava solo nella forma incorporea dell’mp3 e del file caricato su Youtube. Io lo avevo conosciuto scaricandolo da Emule una decina di anni fa e lo avevo tenuto poco tempo sul lettore mp3, adesso lo riascolto con l’emozione che si ha incontrando di nuovo un vecchio conoscente e mi tornano in mente le caratteristiche che più avevo amato, le ricordo ancora bene. I brani più narrativi, come ronald, tomas e io, alessandro e in nome di dio sono quelli che mi prendono di più adesso che il suono esce potente dal mio impianto di casa. I brani, lo dico per chi non conoscesse il gruppo, sono parlati; la musica serve ad enfatizzare l’andamento della narrazione e a sottolineare le ripetizioni delle parole nei testi non narrativi.

Non importa trovare qualcosa di meglio,

basta qualcosa di differente

tarzan

Questa citazione da tarzan secondo me riassume lo spirito sperimentale del disco. Un lavoro che non vuole suonare bello, ma interessante. Un lavoro che sa in realtà scavare dentro i cuori degli ascoltatori perché è sincero. Emidio Clementi racconta quelle che sono le sue passioni, la voglia di raccontare storie, di trasformare in immagini le sue inquietudini, il piacere di far rivivere all’ascoltatore l’amore per il cinema, Gabriele Ceci ed Egle Sommacal suonano le loro chitarre prendendo spunto da gruppi americani mezzi sconosciuti in Italia e Vittoria Burattini asseconda i ritmi delle storie. Il disco, anche in questa edizione rimasterizzata, ha un suono scarno, la voce spesso non suona bene, come se fosse registrata da un microfono da quattro soldi (e quasi sicuramente è andata proprio così; lo stesso nome del gruppo rimanda al fatto che l’amplificazione con la quale i ragazzi suonavano ai loro esordi era così scarsa che bisognava tenere tutto al massimo per avere gli effetti desiderati).

Insomma, un lavoro da recuperare; un disco che ha mostrato come raccontare storie, come integrare le proprie influenze, come fare qualcosa di importante con il poco che si ha. L’edizione ristampata esce anche nel formato doppio, nella quale oltre all’album c’è un bootleg registrato dal vivo al centro sociale Ex Anagrafe di Rimini il 26 febbraio del ’94. La voce di Clementi nel live a volte esplode, sottolineando i punti salienti dei suoi testi. Nella confezione c’è anche un piccolo libretto fotografico, senza annotazioni. Una ristampa che non vuole celebrare, ma semplicemente riproporre.

Ricette semplici (Madeleine Thien)

Ricette semplici è la raccolta d’esordio della scrittrice canadese Madeleine Thien. Il volumetto è in Italia per la piccola casa editrice 66thand2nd che ha utilizzato una carta morbidissima che conferisce un piacere al tatto a questa lettura non proprio rassicurante. Infatti sotto un titolo banale e una veste grafica innocua si nascondono sette racconti nei quali emerge, a volte in maniera sommessa, a volte creando sorpresa, la sofferenza e l’instabilità che sta dietro le relazioni umane, siano esse il rapporto tra genitori e figli o i rapporti di coppia.

La violenza a volte esplode dal nulla, come nel racconto che apre e dà il titolo alla raccolta, dove un padre amorevole inizia a picchiare selvaggiamente il figlio. Altre volte invece è nascosta e bisogna coglierla tra le righe come in Alchimia oppure è solo pensata come in Messaggio. La violenza, ma anche la fuga da casa e la storia familiare, sono ingredienti presenti ma non pesanti nei sette testi; il lettore non è aggredito dal disagio che attanaglia i personaggi. La Thien in questo suo modo poco invadente di trattare la psicologia dei personaggi è molto orientale (i genitori sono cinesi: il padre cinese-malese, la madre di Hong Kong). Non abbiamo quelle scenate che spesso associamo alla descrizione di famiglie disfunzionali e a volte veniamo distratti da vicende terribili con gli effetti speciali della voce narrante. Mi spiego meglio: Messaggio è un racconto in cui una moglie gelosa cerca di immaginarsi l’incidente stradale in cui muore l’amante del marito, situazione in cui l’autrice potrebbe benissimo calcare la mano sul sadismo, la vendetta o quant’altro. Non solo questo non c’è, ma ciò che ci colpisce di più del testo è che la voce narrante è alla seconda persona, caso raro in narrativa. Prendiamo ancora il racconto Treno proiettile; la trama ci racconta di Harold che da bambino viene messo in punizione sul tetto della propria abitazione nonostante soffra di vertigini. Non sappiamo nulla dei suoi sentimenti verso il padre che lo sottopone a questa sofferenza. Vediamo da vicino uno dei passaggi cruciali del racconto:

Strisciò all’indietro aspettandosi a ogni spostamento di aver raggiunto la fine del tetto. Quando il suo corpo cominciò a scivolare non si spaventò. Anche quando i gomiti sfregarono contro la grondaia, e le sue braccia schizzarono lontane dal corpo come se si stesse disintegrando, non ebbe paura. Era finita, così pensò: tutto il peso del corpo sul tetto, mentre la parte più forte e più leggera di sé rotolava nell’aria.

Harold aprì gli occhi e vide il giardino e la casa. Sentì i passi nell’erba. Si sedette e vide gente che correva verso di lui.

Tutto è molto controllato, sappiamo cosa lui non sente, ma non sappiamo i suoi sentimenti reali. La grandezza del racconto sta nella parte seguente. Dopo uno spazio vuoto e un asterisco il narratore ci proietta avanti negli anni:

Per quasi tutta la vita, Harold sarà timido con le donne. Lasciata la casa del padre se ne starà da solo e si guadagnerà da vivere facendo riparazioni e lavoretti da custode.

Il testo prosegue così, raccontandoci in prolessi tutto il futuro del personaggio. Ovviamente non dicendoci quali conseguenze ha avuto l’incidente nella sua vita. La timidezza dipende da qualche disabilità? Nello stesso racconto anche le vicende delle altre due protagoniste, Thea e la figlia Josephine sono raccontate fino ad un punto di svolta in modo classico per essere poi proiettate nel futuro.

Master of Friday

Non avevo mai letto Robinson Crusoe, così come non avevo mai approfondito più di tanto il Metal. Mi è capitato di fare contemporaneamente le due cose e ho provato alcune sensazioni simili nell’ascoltare Master of puppets mentre leggevo Robinson in inglese. Ed ecco che il titolo del post è spiegato!

Non si tratta ovviamente di un lavoro di critica rigorosa; solo alcune suggestioni su tematiche che le due opere hanno in comune.

Sottomissione.

Robinson Crusoe è un romanzo frutto del suo tempo, quel Settecento che vide gli Inglesi proseguire la loro opera di colonizzazione un po’ ovunque e con un ingombrante orgoglio per la loro civiltà. È proprio il disprezzo per l’altro, che è l’altra faccia dell’orgoglio, che rende il romanzo fastidioso ai giorni nostri. Dopo che Robinson vede un’orma umana inizia una disturbante sequenza di momenti in cui il protagonista si crede superiore a chiunque altro: al povero Venerdì che si ritrova subito a essere servo, allo spagnolo, ai selvaggi dell’isola e agli altri europei naufragati. Lui è il padrone di tutto e tutti e gli altri devono riconoscerlo.

Immagino che a James Hetfield questa storia piaccia. La sottomissione è uno dei temi forti di Master of puppets, i personaggi delle canzoni sono soggiogati dalle dipendenze (Master of puppets), dalla follia (Sanitarium), dall’essere costretti a combattere (Disposable heroes), dalla religione (Leper Messiah) o più genericamente dalla violenza (Battery e Damage inc.). Anche la musica aggredisce e sottomette l’ascoltatore con riff pesanti a cui si può reagire solo scuotendo la testa più o meno violentemente. L’ascoltatore però si sottomette ben volentieri a un suono poderoso che riesce a integrare tutti gli strumenti in un assalto sonoro.

Io. Tu.

Abbastanza collegato al tema della sottomissione, ma più su un piano stilistico, è il discorso sull’Io onnipresente in entrambe le opere e sul Tu che deve subire la volontà dell’Io. Sia il romanzo che i testi dell’album sono scritti in prima persona. È stata proprio la scelta di questo tipo di narratore a decretare la fortuna del romanzo di Defoe. Il lettore di ogni epoca si sente coinvolto dall’esperienza personale del personaggio, che riesce a tessere, costruire, coltivare e poi anche a sottomettere altri uomini. Troppo presente e troppo orgoglioso di sé. Il “Tu” inizia ad essere presente solo nella seconda parte del romanzo. Nel momento in cui Robinson vede una impronta di uomo si tratta di un tu immaginato, è il pensiero di trovare degli uomini-bestie, cannibali da cui difendersi. Il pensiero poi si rivela vero, Daniel Defoe non è disposto a dare compagni civili al suo eroe. Quando il tu (o il voi, dato che in inglese è lo stesso) si concretizza in esseri umani reali, il rapporto non è mai alla pari. Sull’isola tutti devono essere sottomessi a lui, e da lui apprendono i frutti della genialità che lo ha portato a sopravvivere e a fare prosperare la sua parte di Isola, di cui si considera senza problemi proprietario e governatore. A ben vedere anche quando torna in Inghilterra e gira nuovamente per il mondo e l’Europa, tutto continua a girare intorno a lui.

Se in Robinson Crusoe è l’Io a essere predominante, in Master of puppets è il tu. Quasi ogni canzone contiene un’abbondanza di ripetizioni di questo pronome. Tu sei quello che deve obbedire al maestro, inchinarti al Messia (seppur lebbroso), morire in guerra. Per l’ascoltatore accettare questo rapporto fa parte del gioco, dell’assalto sonoro di cui parlavo in precedenza.

Stimolare l’immaginario

Entrambe le opere giocano con l’immaginario del fruitore, e riescono a farlo ottimamente. Robinson Crusoe è considerato il capostipite del romanzo d’avventura ed è uno dei pochi romanzi del ‘700 ad essere ancora stampato e letto ancora oggi. Defoe ci rende partecipi delle avventure del suo eroe, ci fa conoscere i pericoli del mare nella prima parte e poi ci mette di fronte a un’isola da far fruttare, ci fa anche sognare di essere praticamente onnipotenti.

Più complesso e disturbante è l’immaginario del disco fondamentale per la definizione del Trash Metal; quel filone della musica heavy metal che gioca sulla velocità, l’aggressività e una buona dose di cattiveria. In due brani che non ho ancora citato, The thing that should not be e Orion si evocano mondi inesistenti: nel primo siamo nell’immaginario delle storie dell’orrore di Lovecraft, mentre il secondo è un brano strumentale che deve il suo titolo ai suoni che in qualche modo richiamano gli spazi immensi dell’universo. Gli altri brani contribuiscono a costruire quello che è l’immaginario classico della musica Metal: rissosa, lontana dai valori condivisi (non sono poi tanto sicuro che Disposable heroes sia un pezzo contro le guerre), amica del disagio mentale.

L’arpa d’erba (Truman Capote)

“L’arpa d’erba” è un romanzo breve di Truman Capote. È uno di quei testi in cui la voce del narratore, che qui è il ragazzo protagonista, Collin è molto costruita: la scelta delle parole e del linguaggio figurato è molto raffinata ed è proprio lo stile a dare unità al racconto. Collin ci racconta di quella volta che si rifugiò nella casa sull’albero con la zia Dolly, la serva di casa Catherine e altri personaggi che pian piano si uniscono. Ma nel mentre ci racconta anche di altri personaggi che abitano e che passano nel villaggio del sud degli USA in cui è ambientata la storia. Lo si potrebbe definire un romanzo corale, per il tocco con cui sono trattati i personaggi che compaiono anche per poche righe. Al di là della trama, sembra che il vero interesse di Capote fosse quello di delineare le caratteristiche di un micromondo, con un certo senso di nostalgia.

L’arpa d’erba del titolo , come ci viene spiegato in maniera circolare all’inizio e alla fine dell’opera, è un’espressione di Dolly, la zia con qualche problema mentale ma con una saggezza e una voglia di vivere libera e allo stesso tempo matura. È lo strumento che racconta le storie del luogo, è un rumore naturale che è allo stesso tempo portatore di cultura.