La città delle bestie (Isabel Allende)

Ho iniziato a leggere questo libro d’avventura perché ne avevo trovato alcuni estratti sull’antologia che uso a scuola. Non avevo idea di quanto fosse o meno un romanzo per ragazzi. Non avevo mai letto nulla della Allende ma il fatto che il testo fosse pubblicato nella collana economica Feltrinelli mi faceva pensare a un romanzo per un pubblico adulto. Tuttavia i protagonisti erano due ragazzi, Alex e Nadia e sicuramente la componente di romanzo di formazione sarebbe stata grande.

Come al mio solito, non sono interessato a fare un riassunto della trama, ma di condividere la mia esperienza di lettura. Le avventure di Alexander, che parte dalla California e poi si trova prima in una selvaggia New York e poi in una non meno selvaggia foresta Amazzonica con la nonna fotografa, sono appassionanti. Purtroppo alcuni personaggi del gruppo di avventurieri di cui fa parte la nonna è abbastanza stereotipato, come in uno scarso romanzo per ragazzi e questo è il peggior difetto del libro: abbiamo l’avido uomo d’affari, il militare pronto ad appoggiare ingiustizie, l’antropologo vanitoso che in realtà non capisce veramente gli indigeni… e come spesso capita in questo genere di storie abbiamo anche alcuni ribaltamenti nel finale.

Il vero punto forte del libro è l’ampia parte sul Popolo della Nebbia: la tribù indigena con cui entrano in contatto i due ragazzi. Sia Alex che Nadia (che è figlia di una guida locale) superano i riti di iniziazione della tribù e vivono avventure di contatto psichico con i loro animali totemici; inoltre entrano in contatto con la sposa angelo dello sciamano e con le misteriose Bestie che vegliano sugli umani della foresta.

Ci sono bambini a zigzag (David Grossman)

Vado subito al punto: il libro proprio non mi è piaciuto. Eppure le premesse erano buone: Nono riceve come regalo per il suo Bar Mitvah un avventuroso viaggio tra enigmi e sorprese, bello! Ma poi la narrazione è lentissima, i flashback che raccontano chi era Nono prima del viaggio non sono interessanti e soprattutto (ma non vi anticipo nulla!) le sorprese non sono poi delle soprese, il lettore ci arriva sempre prima rispetto al momento in cui Grossman ce le rivela…

Tutti i personaggi principali, cioè oltre al già citato Nono anche Felix, Lola, chi compare poco come il padre e chi viene solo nominato (ma è fondamentale) come Gabi e Zohara, avrebbero una storia interessantissima, dubbi, turbamenti, incertezze, slanci ma tutto rimane sulla superficie. Il tema dell’identità sarebbe fortissimo in questo romanzo, e non è casuale che quando è in treno, Nono trovi che la prima istruzione per fare partire il suo viaggio avventuroso sia quella di chiedere a un certo personaggio “chi sono io?”. Purtroppo nell’evidenziare quelli che sarebbero i punti di forza del romanzo devo però usare il condizionale, perché tutte le promesse e le premesse non vengono portate a un risultato coinvolgente.

Parlo per me ovviamente, già mi aveva deluso anche Qualcuno con cui correre , libro che avevo letto con le aspettative a mille, ma non riesco a capire che cosa possa piacere di David Grossman…

L’idiota (Fëdor Dostoevskij)

L’idiota è un monumento della Letteratura, e non solo per le sue dimensioni. Non cerco qui di dare una presentazione di tutti i suoi personaggi, né di ricostruirne la trama o di mettere in evidenza tutte le tematiche che emergono. Lascio, come al mio solito, qualche spunto di analisi e di riflessione.

Comincio con l’ammettere che più volte mi sono perso. Mi sono perso nei rapporti tra i personaggi, tra le amicizie, le parentele, i personaggi che quando venivano presentati non sembravano poi così importanti… Chi abbia letto gli autori russi sa bene che normalmente i nomi dei personaggi sono lunghi e complessi (esemplificando, i due protagonisti sono il principe Lev Nikolàevic Myskin e Parfen Semenovic Rogozin) e che spesso vengono chiamati con diminutivi, che come tutti i diminutivi si assomigliano nelle desinenze (Kolja, Varja, Ganja). Il romanzo, e poi la smetto di giustificarmi, non procede per enormi colpi di scena. Anche quando ci sono stravolgimenti (e qui ce ne sono molti), essi non sono preparati con suspense da Dostoevskij e non sono messi in evidenza da reazioni degli altri personaggi. Non è una critica questa, è un modo di costruire l’opera in modo differente da tanti altri romanzi dell’800 e a maggior ragione dai best seller di oggi. Qui il ritmo della narrazione nelle oltre 700 pagine procede lento; nel bel mezzo di una discussione può succedere che un personaggio si offenda e scappi, o che si comunichi qualcosa di fondamentale. Il lettore deve essere dunque pronto a cogliere ciò che è importante subito. Ammetto che a volte mi sono accorto troppo tardi che qualcosa di importante era successo, e così era necessario tornare indietro a recuperarlo. Il romanzo è portato avanti soprattutto tramite scene di insieme o dialoghi a piccoli gruppi e mi è capitato come lettore di ritrovarmi in mezzo a queste discussioni con la necessità di dovermi fare ripetere quanto era stato appena detto.

Ma romanzo come questo lo si gode anche se si perde qualcosa, se si ha l’attenzione di rendersi conto di aver perso qualcosa e la pazienza di recuperare. I diversi personaggi sono portatori di un’idea dell’autore e in questo sì che parlano chiaro; Dostoevskij voleva scrivere un romanzo su un uomo assolutamente buono, senza farlo però sembrare ridicolo. L’alternativa alla ridicolaggine è la malattia mentale, l’idiotismo, come viene definito dai personaggi. L’autore fa soffrire il principe anche di epilessia, malattia che aveva anche lo stesso Dostoevskij e che viene descritta quasi come un’accesso privilegiato a uno stato di esaltazione mistica breve e fuggente. Altri aspetti di una psiche disturbata sono invece assegnati alle due donne protagoniste (non vi anticipo nulla però sul loro ruolo nel romanzo): Nastà’sja e Aglàja sono volubili: carnefice e tremendamente affascinante la prima, viziata e capricciosa la seconda. Entrambe non portano avanti comportamenti puramente logici, così come in Rogozin prevale la passione. Molto logico invece è Ippolìt, che argomenta la sua scelta di porre a termine la sua vita leggendo un lungo documento dal tono nichilista.

Il romanzo è anche ricco di simboli e reazioni psicologicamente interessanti. Il lettore è buttato in mezzo a tante discussioni ed è portato a prendere posizione: l’amore è una forza irrazionale? Si può perdonare la calunnia? La bellezza salverà il mondo? Che cosa può comprare il denaro? Fino a quanto si può essere buoni?

Il quinto evangelio (Mario Pomilio)

Mi hanno sempre affascinato gli autori che sanno arricchire le loro storie con la propria religiosità. Adoro anche per questo i film di Fellini, Rossellini, Bergman e Scorsese, ma anche Il cattivo tenente di Abel Ferrara. E amo per lo stesso motivo le opere di Singer (Isaac Bashevis, il fratello lo conosco meno) e di molti autori di cultura ebraica per pur non trattando direttamente di religione, fanno trasudare tematiche religiose per dare profondità alle loro vicende (alcuni testi di Malamud, o dell’immenso Yehousha). Per questi motivi quando ho sentito parlare del Quinto evangelio di Mario Pomilio mi sono subito incuriosito. In uno degli scritti messi in appendice all’edizione del romanzo uscita per la casa editrice L’orma, è Pomilio stesso a definire qual è la suggestione forte alla base del testo.

Nelle mie intenzioni, nella mia latente simbologia, il senso del libro restava quello: il quinto evangelo in quanto metafora dei quattro Vangeli canonici perpetuamente rinnovati dal loro impatto con la Storia, ovvero […] di quella delega permanente della Parola in virtù della quale ciascuna generazione sembra come in attesa d’un supplemento di Rivelazione e non soltanto rilegge diversamente i Vangeli ma, dal modo in cui ne adotta e ne esplica il messaggio, è come se a sua volta scrivesse un suo vangelo.

Preistoria d’un romanzo

Pomilio sviluppa questo stimolo che vicenda come la ricerca di un quinto vangelo da parte di un ufficiale americano che ne sente parlare per la prima volta quando è di stanza in una chiesetta di Colonia durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma non è una vicenda alla Il codice da Vinci; il soldato, appassionato di archivi e di Storia, diventa un filologo alla ricerca di un libro che forse neanche esiste e il romanzo è una collezione di testimonianze inventate su tale libro. Siamo nel 1975, prima del Nome della rosa di Eco, ma il clima culturale è lo stesso: la narrativa che si fa esplorazione di un mondo passato e per farlo usa la finzione della riscrittura. Troviamo false lettere, false leggende, false ricostruzioni e, nella parte finale, anche un testo teatrale Il quinto evangelista.

Il romanzo è senza dubbio una delle grandi (e poche) opere d’arte del cattolicesimo italiano, un libro da riscoprire per lasciarsi affascinare, un libro non semplicissimo dato che non si affida alla trama per colpire il lettore, ma allo stile e alla forza delle idee.